SVILUPPO PERSONALE

Cosa ho imparato durante la quarantena

Quando la quarantena è iniziata non avevo idea che si sarebbe protratta tanto a lungo. Nessuno l’aveva.

In realtà, quando la quarantena è cominciata io pensavo che sarebbe durata una settimana. Ero a letto col febbrone, il mal di testa, un male cane agli occhi, mio marito lavorava regolarmente ed io ero terrorizzata dall’idea di dover uscire per portare Edoardo a scuola.

Io sono un soggetto con uno stato di salute molto particolare, dopo una broncopolmonite avuta nell’estate del 2009 non mi sono mai più ripresa completamente e ogni volta che prendo un virus respiratorio finisce a farmaci pesantissimi e febbri da cavallo.

Così, quando le notizie su Codogno hanno iniziato a diffondersi, ho cominciato a preoccuparmi che le scuole di Milano fossero il miglior luogo dove far proliferare il covid19. Fra l’altro, ero già a letto ammalata, col senno di poi sono convinta che sia io che figli 1 e 2 abbiamo contratto il bastardo, ma chi ci pensava ancora.

Ricordo che mi aggiravo tesa sulla pagina Facebook del Sindaco Sala, sperando di leggere la notizia della chiusura delle scuole quanto prima. Quando la decisione fu presa, feci salti di gioia tali da toccare il soffitto (stando, ovviamente, malissimo subito dopo).

Alla fine di quella prima settimana iniziava a circolare lo spot peggiore del secolo: #milanononsiferma.

Con estrema mestizia mi ero rassegnata all’idea che tutto sarebbe ripartito, nonostante l’evidente emergenza sanitaria e ospedaliera consigliasse la massima prudenza possibile nelle riaperture. Invece ci hanno chiusi in casa ed è cominciata la quarantena, con mio marito che nel giro di 3 giorni è stato mandato a casa per lavorare in smartworking.

Noi non siamo mai stati una famiglia mondana. Non eravamo una coppia mondana e l’arrivo dei figli non ci ha quindi limitato particolarmente.

A casa siamo sempre stati benissimo, complice anche il fatto che godiamo comunque di un piccolo giardino fronte parco. Per questa ragione, nessuno di noi ha patito particolarmente il divieto assoluto di uscire. Abbiamo continuato a dedicarci alle rispettive attività, cercando di compenetrare la presenza di tutti in casa.

A questo, in effetti, non eravamo abituati.

Immaginavo liti furiose per ogni piccolezza, invece ci siamo sorpresi dell’armonia che è regnata nella nostra casa. In questo credo che la nostra indole casalinga e lo spirito di adattamento che tutti e tre abbiamo in dosi elevate ci abbia aiutato molto.

Nel giro di pochissimo la scuola ha attivato la didattica a distanza, così Eddy ha potuto riprendere a studiare e portare avanti il programma.

Sinceramente non ricordavo che in prima elementare si facesse così tanto, a volte penso che sia davvero passata una vita da quando a scuola ci andavo io.

Le lamentele delle mamme non sono mancate, né in classe né in giro per il web, ma onestamente la nostra esperienza è stata estremamente soddisfacente. Edoardo ha avuto l’occasione di imparare le cose seguendo i suoi ritmi, senza ansia da prestazione dovuta alla presenza in classe (cosa che, purtroppo, ha ereditato da me).

Ha iniziato la scuola a quasi 7 anni, non sapendo né leggere né scrivere perché dopo essermi informata a riguardo ho sviluppato un pensiero contrario alla prescolarizzazione.

Eppure, già da aprile leggeva e scriveva speditamente, senza sillabare, senza seguire le righe col dito, distinguendo benissimo anche i gruppi di lettere più ostici, come -CHI e -GHI.

Dall’inizio della quarantena abbiamo fatto un dettato al giorno per esercitare la scrittura in stampato minuscolo e abbiamo approfittato per tenere un diario della quarantena, che potrà rileggere in futuro.

Niente di eccessivamente impegnativo, giusto 3 pensieri sulla quarantena formulati da lui e messi per iscritto. In matematica si è esercitato moltissimo ed ha imparato tanto. Di fronte alle sottrazioni impossibili è persino arrivato a domandarmi come mai non costruissimo una linea dei numeri negativa per poterle risolvere.

Tutto questo io lo devo alle sue maestre, perchè a mio figlio non ho mai insegnato nulla, per due motivi.

Primo, perché io ho studiato per fare un altro mestiere e non ho gli strumenti per insegnare nulla a nessuno.

Secondo, perché oggettivamente non avrei avuto il tempo per mettermi lì a spiegare ed approfondire tutto quello che lui già faceva in dad, con i video inviati dalle maestre e come compito. Io mi sono limitata, nei primi giorni, a insegnargli le regole base per lo studio autonomo, perchè sì: a 7 anni è possibile che studino da soli.

Dipende dal carattere, certo, i più attivi magari fanno più fatica a concentrarsi, ma la disciplina è una cosa che si può imparare anche a 7 anni se insegnata, è solo questione di insegnarla. Altrimenti sarebbero indisciplinati anche a scuola.

Ho dato uno sguardo volante mentre faceva i compiti, invitandolo a correggere da solo gli errori di mera disattenzione e lasciando che fossero le maestre a correggere quelli effettivamente dovuti a non comprensione.

Oggi ho un bambino di 7 anni e mezzo che ha completato tutte le richieste didattiche senza mai avere particolare desiderio di rientrare a scuola.

So che in moltissimi casi le esperienze sono state diverse ma ecco, io proprio non posso lamentarmi.

Ginevra, dal canto suo, ha gioito profondamente della presenza continua e costante del suo papà in casa.

Nonostante il dolore dovuto al fatto che avesse deciso di mettere in 3 mesi tutti i denti che non aveva messo prima, è stata una pacioccona che ha mangiato e dormito praticamente sempre.

Con l’arrivo del caldo ha anche iniziato a mettersi in piedi e compiere i primi passi e anche in questo la quarantena ha avuto un impatto positivo.

Infatti, con la bella primavera che c’è stata, se non fossimo stati reclusi avrebbe passato molto più tempo nel passeggino perchè saremmo andati sempre in giro per passeggiate.

Di conseguenza sarebbe stata molto meno tempo a terra e avrebbe ricevuto molti meno stimoli a rendersi indipendente.

Per quanto riguarda me, paradossalmente, nel periodo di peggior abbrutimento per tutte le donne, ho ricominciato a prendermi cura di me stessa sotto tutti i profili.

All’inizio della quarantena ho perso mio padre e questo mi ha messo nella condizione di soffrire moltissimo per molto tempo.

A un certo punto ho capito che se volevo tirarmene fuori avrei dovuto fare cose che mi facessero stare davvero bene.

Ho ripreso in mano il mio lavoro di web editor e web writer, messo in stand by dalla seconda maternità, dalle complicazioni di salute di G dopo la nascita, dalle altre attività alle quali ho dovuto dedicarmi in questo anno.

Ho ricominciato a studiare per portare avanti questo blog, ho ricominciato a scrivere e a seguire tutti i miei progetti.

Per un po’ di tempo ho stramangiato l’impossibile, perchè per me che ho sempre amato cucinare e ho sempre fatto da me cose come pizza, pane e dolci, la quarantena ha rappresentato un momento ideale per la produzione.

Però ho seguito un corso di educazione alimentare, che devo ancora terminare ma che mi è piaciuto moltissimo e mi ha insegnato un sacco di cose sugli errori che commettevo nella mia alimentazione.

Ora sto cercando di mettere tutto in pratica e recuperare anche una certa forma fisica, appesantita dalla quarantena e dal buon cibo.

In generale, credo che l’insegnamento più grande la quarantena me lo abbia dato sulla mia vita di coppia.

Mio marito ed io siamo sempre stata una coppia vivace, avendo punti di vista molto diversi su tutto le discussioni, anche animate, non sono mai mancate.

Quando ci hanno reclusi, ho temuto che lo stress legato al taglio dello stipendio, al suo non lavorare, al molto tempo trascorso insieme non essendoci abituati, avrebbe pregiudicato la serenità familiare portandoci a litigare molto più del normale.

Invece, non solo posso dire che senza la presenza costante di mio marito in casa io non sarei riuscita a superare così bene e in fretta la morte di mio padre, ma posso anche dire che in 3 mesi non abbiamo mai litigato, siamo sempre stati sereni e gioiosi.

Se qualche preoccupazione economica ci ha sfiorato, come accaduto a tutti credo, l’abbiamo risolta pensando che l’avremmo affrontata insieme, con un sorriso e dicendo “speriamo in bene”.

Questo mi ha fatto capire quanto lo stress del lavoro incida fortemente sulle normali dinamiche della nostra famiglia e quanto in futuro dovrò essere grata di avere avuto modo di rendermene conto.

Imparare a disinnescare sarà il progetto che mi proporrò di sviluppare da qui in avanti.

La quarantena, per me, ha significato fondamentalmente perdere mio padre ed essere forzosamente separata dai miei affetti più cari.

Non ho più potuto vedere nessuno dei miei dai giorni successivi al funerale, se non nelle videochiamate WhatsApp che triangolavamo tra i paesi nel mondo in cui siamo sparpagliati.

Questo mi ha imposto di guardarmi dentro, facendomi capire tante cose.

Ho imparato che esiste un tempo più lento che per cultura, necessità, stile di vita, non conosciamo ma che può ugualmente offrire opportunità a chi abbia spirito di adattamento e resilienza.

Vorrei poter cancellare il numero impressionante di vittime che questa epidemia ha falciato. Vorrei che fossimo stati più preparati, più pronti ad affrontare questa emergenza, così da non vedere tanti amici professionisti e commercianti temere il lastrico.

Per la quarantena , invece, sono grata. Per gli effetti che ha avuto su di me e sul mio modo di vedere la vita. Che non sarà mai più, per fortuna, quella che era prima.

Essere felici è una scelta.

Oggi più che mai.

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