Lacci, di Domenico Starnone #SPOILER

Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie. Lo so che questo una volta ti piaceva e adesso, all’improvviso, ti dà fastidio. Lo so che fai finta che non esisto e che non sono mai esistita perchè non vuoi fare brutta figura con la gente molto colta che frequenti […], ma che tu lo voglia o no il dato di fatto è questo: io sono tua moglie e tu sei mio marito, siamo sposati da dodici anni – dodici anni a ottobre – e abbiamo due figli, Sandro, nato nel 1965, e Anna, nata nel 1969. Ti devo mostrare i documenti per farti ragionare?”.
A parte le virgole a profusione, questo romanzo è esattamente questo: rimproveri, critiche, insulti, urla e ansia.

Non parte male: l’inizio ex abrupto aiuta il lettore ad entrare immediatamente nel vivo della narrazione, a centrare il problema senza troppi giri di parole o voli pindarici. Tuttavia, diciamocelo: è pedante.
La prima parte del testo è una raccolta di epistole che la povera moglie abbandonata e derelitta scrive dopo essere stata prontamente mollata per l’amante.
Sul suo personaggio ho le prime riserve: è descritta, dal punto di vista psicologico, unicamente come una povera isterica che reagisce all’abbandono solamente in tre modi: piangendo, inveendo e aizzando i figli contro il padre.
Già questo ci fa entrare nell’ottica agghiacciante del maschilismo che permea tutta la seconda parte della narrazione, quella raccontata da Lui: il marito.
Istruito Ingegnere nel fiore degli anni e dal carattere mite, si invaghisce della bella Lidia, poco più che ventenne, decidendo quindi di fare ciaone a moglie e figli per approfittare delle gioie sensoriali che solo lei sa regalargli.
Siamo agli albori degli anni ’70, subito dopo il liberalismo sessantottino, e la mentalità dilagante nel piccolo mondo medio-borghese segue il leitmotiv delle recenti proteste politiche: farsi l’amante, decidere di viverci insieme per tempi più o meno lunghi, abbandonare anche dal punto di vista economico la propria famiglia ed i propri figli per vivere una vita più leggera a tempo determinato, è IL modo di vivere, non c’è nulla di davvero strano nelle sue decisioni, sua moglie dovrebbe farsene una ragione.
E qui si presentano le riserve sul personaggio di lui. Anaffettivo, insolente, irrispettoso. Maschilista in una maniera disgustosamente affettata, incapace di comportarsi da uomo anche nelle situazioni di più semplice gestione. Questo individuo rappresenta il concentrato di tutti i vizi più osceni che si possono riscontrare nel genere maschile, e nell’essere assolutamente un posapiano, uno che non urla, non fa scenate, non strepita, risulta ancora più irritante. Vivere con un uomo del genere è l’esperienza più depauperante che possa capitare ad una donna. Uno che c’è, ma non ti vede. Ti sente, ma non ascolta mai davvero. Resta totalmente indifferente al tuo dolore e ti disprezza con sottile snobbismo, pensando che, in fondo, sei solo una donnetta incapace di accettare un menage che lui ha scelto per entrambi, pretendendo che sia non solo di fatto accolto ma anche emotivamente condiviso.
In mezzo, i bambini. Un Turbillion di: voglio vederli, non voglio vederli, te li faccio vedere, no non te li faccio vedere, li porto a vivere con me, no li piazzo a casa di amici mentre faccio il mio porco comodo. I risultati, sconcertanti, li vedremo nella terza parte del racconto in tutta la loro potenza distruttiva.
Ad un certo punto, comunque, questo rifiuto umano senza attributi torna a casa. E qui si sprigiona tutta la negatività immaginifica dell’autore.
La donnetta isterica capace solo di piangere, inveire ed aizzare i figli contro il padre, dopo aver brevemente gongolato per il ritorno dell’eunuco tra le 4 mura domestiche, inizia a comportarsi esattamente come meglio si conviene ad una donna di quell’epoca: oscilla tra il perpetuarsi di una guerra fredda senza fine, il continuo rinfacciare al pezzente il suo comportamento lascivo ed osceno, il sospetto sulla persistenza della relazione fedifraga ed una serie di punizioni psico-affettive degne della più crudele delle direttrici di collegio. Oltretutto, allegramente ignara (o forse no, ma non è dato saperlo, ad un certo punto l’introspezione psicologica del personaggio svanisce), che il marito continua a sollazzarsi con letizia ogniqualvolta lo ritenga più opportuno e con la qualunque sia dotata di organi di natura sessuale.
Non c’è alcun messaggio in questo romanzo, che possa essere condiviso o anche solo creduto. E’ una storia che nei suoi tratti essenziali non sta in piedi, non ritrae alcuna realtà, neanche quella emotiva e sentimentale delle povere mogli veramente cornute: nè quelle di oggi, tantomeno quelle di 40 anni fa.
Non è credibile principalmente la reazione della moglie, che riprende in casa il marito per farlo vivere nel continuo supplizio di una punizione senza fine, per il resto della sua vita.
In una situazione del genere, il dato reale ci dice che le mogli tradite o ti mandano a stendere facendoti la guerra per tutta la vita, ma dopo un lauto divorzio, oppure ti riprendono in casa, in genere “per il bene dei figli”, andando avanti stoicamente come se un universo parallelo avesse inghiottito l’orribile esperienza del tradimento.
Nessuno può vivere in trincea per tutta la vita.
Ed arriviamo finalmente ai figli. Questi poveri Sandro e Anna, amati da nessuno. Non dal padre, che li sballotta qua e la a suo uso e convenienza, nè dalla madre che – in tutto il romanzo – si rivolge ai figli solo per sparlare del padre e sembra comunque più interessata alla salute del gatto che alla loro.
Ovviamente, crescono completamente alienati, privi di una sfera affettiva anche solo lontanamente definibile come normale, egocentrici e lontani da qualunque forma di riferimento familiare.
Sandro fa figli come non ci fosse un domani, a caso e con donne diverse: basta che respirino.
Anna è una fricchettona che nella vita non ha saputo costruire nulla, sola come un cane e senza una vita, che pensa da mattina a sera a come sbattere i genitori in un buco di monolocale per vendergli l’appartamento milionario ed intascarne i soldi come anticipo di eredità, cercando pure di convincere il fratello.
Nel frattempo, devasta loro la casa e si frega il gatto. Del quale – per inciso – non le è mai importato niente. E’ solo un dispetto.
Brutto, penoso e angosciante. Mai stata così felice di aver finito un libro.
Certamente il peggio che ho letto sino ad ora nel 2016.
Unica nota positiva: Starnone scrive da Dio ed è certamente molto capace di descrivere i sentimenti. Ho il dubbio sia una donna.

Chiara Mainini

Founder di Piano terra, lato Parco
Avvocato e web editor
Mamma di Eddy e G, moglie di Teo

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