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Recentemente ho avuto una discussione con una persona. La discussione verteva sulla tendenza che abbiamo, come popolo, a fare insurrezione praticamente contro ogni provvedimento legale che venga adottato “nel nostro interesse”.

L’ho definita, se ben ricordo, adolescenza sempiterna, e si riferiva al super polemicone nato nelle scorse settimane sulla terribile legge sui dispositivi anti abbandono ( e se vi state domandando come mai non mi sia ancora pronunciata, non temete: sto arrivando).

Ebbene, è successo di nuovo.

Taffo, azienda attiva nel comparto del funeral service e divenuta famosa per la campagna pubblicitaria spesso irriverente e dissacrante, ha celebrato così la giornata mondiale contro la violenza sulle donne:

Apriti cielo.

Son piovute critiche a tutto spiano, perchè offensiva, perchè maschilista, perchè dà la colpa alle donne trasmettendo il messaggio che se muoiono è colpa loro, perchè è brutta, perchè è insensibile, ecc. ecc.. potrei continuare.

Ora, non voglio affrontare il discorso in termini di marketing perchè non mi compete, non sono un’analista e nessuno è interessato al parere che potrei offrire da marketer anche perchè non ne possiedo le qualifiche.

C’è però una qualifica che possiedo, nel campo, ed è l’aver collaborato per diversi anni come consulente legale in un centro antiviolenza, rappresentando spesso in giudizio vittime di violenze familiari che da lì provenivano. E quindi, qualcosa, ne so.

Lo spot è forte?

sì, lo è. Tocca indubbiamente la nostra sensibilità più profonda, affrontandola e mettendola in quell’angolo in cui non puoi più ignorare il problema, sei costretto a prendere una posizione.

E sapete quale posizione hanno preso, in tantissimi? Quella di chi considera lo spot un affronto alla memoria di quelle donne che sono purtroppo morte nonostante avessero denunciato le violenze subite, perchè “la rete di protezione non funziona”, perchè “denunciare non sempre ti salva la vita”, perchè “talvolta bisogna fare molta attenzione prima di denunciare”.

Questo, signori miei, è la ragione fondamentale per cui in questo paese una donna è vittima di violenza ogni 72 ore.

Questo voler pensare allo Stato come a un nemico dal quale proteggersi, questo intendere il sistema – che sicuramente non è perfetto ma altrettanto sicuramente è perfettibile – come qualcosa da cui tutelarsi ancora ricorrendo all’omertà. Tacendo, se lui ti ammazza di botte, perchè se lo denunci forse a quel punto ti ammazzerà davvero.

C’è un sottile rovesciamento delle responsabilità in questo modo di pensare. C’è la convinzione che il sistema non funzioni per chissà quale ragione oscura, chissà quale macchinazione orchestrata da qualcuno non meglio individuato, quando il problema resta fondamentalmente un problema di cultura in cui spesso ci si rivolge a qualcuno per chiedere aiuto e ci si trova di fronte una di queste persone qui, che ti consigliano di pensarci bene a sporgere denuncia perchè potrebbe succedere che…

Tante donne ci cascano e poi finisce che ci lasciano la pelle sul serio senza mai aver denunciato gli abusi subiti.

E noi la dobbiamo smettere di fare gli adolescenti ribelli ogni volta che qualcuno ci mette di fronte a una verità incontestabile nel nostro interesse. Perchè oggi, in Italia, con la percentuale di crimini di genere che i vari osservatori riportano, noi non ce lo possiamo più permettere di consigliare prudenza e omertà.

Noi dobbiamo essere quelli che si stringono intorno alle vittime e puntano il dito dicendo “denunciate perchè non sarete mai sole”.

Perchè abbiamo bisogno di prendere coscienza del fatto che il vicino non è una brava persona che accompagna i figli a scuola, se poi riempie la moglie di botte ad ogni discussione anche futile. E la nostra responsabilità non può limitarsi a fornire consigli prudenti, salvo poi dire che però, effettivamente, ogni tanto qualche piatto volava “ma alla fine tra mariti e mogli è normale”.

Il nostro problema è questo. Che non ci vogliamo assumere la responsabilità dell’indifferenza nella quale queste donne sono costrette a vivere, perchè diciamocelo: non impicciarsi è meglio..e quando qualcuno come Taffo arriva a metterci sottilmente davanti la nostra omertà ci rode parecchio che qualcuno chiami le cose col loro nome.

Allora saltano tutti su a dire che Taffo è insensibile perchè sta dando la colpa alle donne che non denunciano e che per questo sono morte, uccidendole la seconda volta.

Ma qualcuno ci ha provato a leggere in quel messaggio qualcosa di meno banale di quel che è passato? Qualcuno ci ha provato a dire che forse Taffo ha ragione, e ogni volta che ignoriamo le urla della vicina di casa che viene picchiata, forse siamo responsabili anche noi del suo lento avvicinarsi sempre più alla morte?

Ci sono verità che sono incontestabili anche se ci rifiuta di volerle vedere. Una di queste è la certezza assoluta che non denunciare una violenza familiare può costare la vita con maggiore certezza di quanto non avvenga denunciando.

Come possiamo, sapendolo, dire che la campagna di Taffo è offensiva? Che insulta la memoria di chi è morto nonostante la denuncia?

Semmai, è una campagna che afferma una verità assoluta: e cioè che nessuna donna che ha taciuto si è mai salvata dagli effetti di una violenza. Che siano essi fisici e definitivi, o soltanto psicologici, la violenza uccide. Schiaffo dopo schiaffo, pugno dopo pugno, ad ogni costola rotta, ad ogni polso spezzato, a ogni naso rotto da un pugno.

Di campagne come quella di Taffo noi abbiamo un gran bisogno, perchè puntano forza 4 sul montante più potente che posso sferrare e colpiscono dritto dove fa male: sul senso di responsabilità condiviso.

Ne abbiamo un enorme bisogno. Abbiamo bisogno che chi ha il potere e la forza di comunicare un messaggio, come Taffo ha inequivocabilmente dimostrato più volte di saper fare, prenda una posizione netta su messaggi che diffondano una cultura di genere collettiva, condivisa, profonda e responsabile.

Abbiamo bisogno che qualcuno ci spieghi che in Italia il principale movente dell’assassinio di una figlia, di una moglie, di una sorella o di una compagna è il suo essere donna, il suo appartenere a quel “sesso debole” che ancora, in molte nutrite sacche della popolazione, si vuole raffigurare come meno competente, meno importante, meno abile di qualunque uomo nello svolgimento di qualsiasi mansione.

Abbiamo bisogno che ci dica che le donne, in tutto il mondo, percepiscono un salario più basso di ben il 23% rispetto ai colleghi uomini, a parità di occupazione e mansione, per la sola ragione di essere donne.

Abbiamo bisogno che ci dicano che l’Italia è il quart’ultimo – quart’ultimo ragazzi, su una graduatoria dei 35 paesi più sviluppati – per percentuale di occupazione femminile: in Italia, lavora soltanto il 48,8% delle donne.

Ne abbiamo bisogno per sapere esattamente quali siano i fattori che producono la cultura subdola e strisciante per cui la donna vale meno, è meno importante perchè “non porta i soldi a casa”, è la parte debole del rapporto, quella che deve cedere se nelle decisioni da prendere nell’interesse dei figli non si è d’accordo. Anche a costo di una sberla, che poi non resta mai l’unica, e si replica, ancora e ancora, fino a diventare abitudine.

Abbiamo un tremendo bisogno che Taffo ci dica che ogni 72 ore, in Italia, una donna è malmentata e sottoposta a violenze e che non denunciare tali violenze può portare ad un unico epilogo.

E se a questo messaggio rispondiamo con indignazione, invece che con un sincero stringerci attorno alle vittime per dire ci sono, eccomi, conta su di me.. significa che stiamo fallendo.

Una donna, magari anche madre di famiglia, che subisce violenze domestiche e non denuncia, sta fallendo. Sta insegnando ai suoi figli che picchiare è giusto ed essere picchiati è normale, che una famiglia non è un luogo di amore e protezione, ma un posto orrendo dove si vive nella paura che qualcuno ti faccia del male ed è normale che sia così. E noi abbiamo l’enorme responsabilità di fare quadrato attorno a questa mamma, a questa donna, e dirle a gran voce che no, non è normale, che denunciare si deve e si può, che tutti staremo dalla sua parte.

Quando Taffo è costretto a rettificare il messaggio, perchè offenda meno, perchè faccia meno male, abbiamo tutti fallito.

Perchè significa che ancora una volta abbiamo preferito l’ipocrisia di chi parla sottovoce, di chi non prende le questioni di petto per non urtare qualcuno, di chi chiede che le cose migliorino ma mi raccomando, a bassa voce, senza disturbare, non sia mai qualcuno se la prenda.

Abbiamo fallito, perchè la prossima volta qualcuno ricorderà quella storia di Taffo e dirà “eh però vedi che si sono corretti, allora forse denunciare non è poi così importante, allora forse è vero che bisogna pensarci due volte”..

E io, che a volte mi fermo ad osservare le cose come fossi un alieno che atterra in quel momento sulla terra, mi chiedo: che cosa stiamo insegnando esattamente?

Insegniamo che reagire alla violenza con la legalità è importante?

“dipende…”

E “dipende” è la parola che per antonomasia significa ipocrisia.

Significa che non ci preoccupiamo del messaggio che viene diffuso, ma del tono di voce di chi lo pronuncia, delle parole con cui si esprime, dei sentimenti di chi lo ascolta. Non stiamo pensando a raggiungere l’obiettivo primario, ossia promuovere la cultura della denuncia. Stiamo pensando che “però se lo dici così è fuorviante, perchè in realtà mica tutte le donne che denunciano riescono a salvarsi..e poi scusa, non lo sai che le donne muoiono anche se denunciano?” (cit.)

E quindi? Siccome non riusciamo a salvarle tutte allora è meglio smorzare il messaggio, non dire che la denuncia è vita, abbandonare le persone al dubbio che nessuno, neanchè le autorità preposte, possano aiutarle ad uscire dall’incubo che vivono?

Allora, forse, è di questo che dovrebbe occuparsi la giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Di spiegare alle persone che l’unico modo per abbattere la violenza è la legalità. Che l’unico modo per contrastare l’ignoranza che crea discriminazione è fare cultura di informazione e gridare a gran voce che bisogna chiedere aiuto vero, qualificato, professionale, alle autorità che sono lì per difenderci.

La violenza sulle donne è un crimine di matrice culturale, che fa leva sull’ignoranza esattamente come i crimini a sfondo razzista. Ma nessuno pare più disposto a dichiararlo apertamente.

E forse il nostro non sarà il sistema migliore possibile, ma è un sistema perfettibile che richiede la coscienza e l’impegno di agire per cambiare sul serio le cose.

Ma fatemelo dire: non esiste e non è mai esistito un cambiamento che si sia basato, guardingo, sull’omertà..che continua invece ad essere il sentimento più largamente condiviso in fatto di violenze, soprattutto domestiche.

Per questo le polemiche contro Taffo sono state tanto forti. Per questo siamo lontani anni luce dal vincere la discriminazione e la violenza di genere.

Chiara Mainini Administrator

Ciao, mi chiamo Chiara Mainini, mi sono laureata a pieni voti in Giurisprudenza a 23 anni e ho esercitato per dodici la professione di Avvocato penalista. Oggi ho cambiato rotta, dopo un master in web marketing e scrittura per la rete lavoro come web editor freelance: creo contenuti per il mio blog ed altri siti che si occupano di maternità.

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