come essere felici

A voi è mai successo di domandarvi come si fa ad essere felici? 

Io, per un lungo periodo della mia vita, non ho fatto che domandarmelo e continuavo a sentire solo frasi fatte di persone che mi dicevano che essere felici è una scelta, che la felicità è uno stato mentale, ed altre amenità di questo genere.

Mi urtavano il sistema nervoso.

Non è che fossi disperata, intendiamoci.

Avevo una vita normale, con una bella famiglia, ho studiato e poi lavorato, avevo un fidanzato e degli amici come tutte le ragazze della mia età.

Uscivo a divertirmi, poi lavoravo. E avevo anche la fortuna di avere un lavoro stressante ma che mi piaceva tantissimo.

Un lavoro che mi riusciva facile e che – a un certo punto – fu anche ben pagato, nonostante lo stress.

Eppure io quella felicità delirante di cui tutti parlano non la provavo.

Quella felicità che ti fa guardare le difficoltà col sorriso di chi è stanco ma comunque ce l’ha fatta, io non sapevo dove trovarla.

Osservavo gli altri come un alieno osserverebbe noi se arrivasse all’improvviso sulla terra. E provavo a capire se fossero loro ad essere felici con poco o se fossi io a pretendere l’impossibile, o semplicemente l’inesistente.

Non sono stata infelice, diciamo che per diversi anni ho vissuto in uno stato di generale ed incomprensibile assenza di gioia.

E non è mai stato un grosso problema: per carattere ho sempre saputo di essere un autunno emotivo, una persona che sa essere principalmente triste.

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Quello che mi scosse fu incontrare l’uomo che sarebbe diventato mio marito. Il fatto che fino a quel momento avessi creduto normale la mia apatia emotiva, la rassegnazione al fatto che essere felici fosse una delle grandi mistificazioni inventate dall’uomo per tirare a campare, vacillarono.

Conoscere una persona nuova che viveva a quasi mille chilometri da dove avevo costruito la mia vita, da come avevo costruito la mia vita, trasformò l’apatia in uno stato di sofferenza atroce.

Mi sembrava che una storia tra noi fosse impossibile, che tutto fosse in qualche modo già scritto e non potesse cambiare.

Mi sembrava impossibile il pensiero di spostare la mia vita e la mia professione in una città lontanissima dalla mia famiglia, dai miei amici, dal luogo in cui avevo studiato, mi ero formata e avevo instaurato tutti i miei contatti professionali.

E, certo, non poteva spostarsi lui, che aveva un lavoro ottimo e stabile in una multinazionale nella città economicamente più ricca di tutto il paese. L’idea che si trasferisse a fare non-si-sa-bene-cosa in una cittadina con 40mila abitanti non era neppure da prendere in considerazione.

A 30 anni mi ritrovavo nella più classica delle situazioni: con il cuore da una parte e la testa dall’altra, ed ero passata dall’incomprensibile stato di apatia che mi aveva accompagnata per anni, ad uno stato di sofferenza cronica.

La mia amica e collega Klizia mi diceva sempre “ammiro l’abnegazione con la quale affronti il tuo lavoro”.

Io la ringraziavo ma avrei voluto rispondere che era solo un modo per non pensare al fatto che mi sentivo profondamente infelice e non sapevo dove mettere le mani per cambiare le cose.

Poi, un giorno, mi sono imbattuta in una persona che senza saperlo mi ha cambiato l’esistenza.

Era un cliente dello studio, eravamo in attesa che l’udienza iniziasse e siccome era un chiacchierone stavamo passando il tempo parlottando.

Quando gli chiesi: “perchè lei ha preso la decisione di collaborare con la giustizia?” (Sì, era un collaboratore. Io (più correttamente: il mio studio) difendevo i “pentiti”.

E lui mi rispose con una straordinaria semplicità:

perchè la vita che facevo prima non mi piaceva più.

Ora, io non me la sono bevuta nemmeno per un secondo: con ogni probabilità lui aveva deciso di collaborare con la giustizia perchè il carcere a 41bis è brutto e sono pochi quelli veramente dispositi a farselo.

Ma la sua frase continuava a girarmi in testa senza sosta e con lei l’immagine ricorrente di una vita intera passata a sopportare qualcosa che mi rendeva triste.

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Quel giorno ho capito che come in tutte le altre cose che avevo fatto fino a quel momento..ero ancora io a scegliere la direzione.

Se venire al mondo è un atto di immensi amore e fortuna, siamo solo noi a poter decidere dove vogliamo andare.

E soprattutto con chi.

In quel momento esatto, in mezzo a un’aula di Tribunale, davanti a un cliente che sosteneva un’accusa pesante in un processo penale, io ho capito che per essere felici basta una sola cosa: scegliere.

Non c’è nessuna garanzia che la scelta sia giusta. Nessuno potrà assicurarvi che tutto andrà bene e più è azzardato il passo, più è alta la puntata che mettete sul tavolo, più si alza il rischio di sbattere il sedere per terra e farsi un gran male.

Queste sono tutte cose che io ho realizzato in quel preciso momento. E stranamente non mi hanno spaventata nemmeno un po’.

Stranamente, per la prima volta, io mi sentivo veramente felice. E sollevata. E piena di entusiasmo e di progetti.

Perchè per la prima volta avevo la sensazione di essere veramente io a dare un’impronta alla mia esistenza.

Per la prima volta stavo prendendo una decisione diversa da tutto quello che sembrava già scritto e immutabile, prevedibile e scontato.

Poi, certo, mi sono ripigliata un attimo, giusto in tempo per iniziare l’udienza e fare il mio lavoro per benino, ci mancherebbe.

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Ricordo quel giorno di novembre come il giorno in cui ho capito che per essere felici nella vita bisogna avere il coraggio di scegliere per se stessi.

Il che significa non solo avere il coraggio di staccare le proprie decisioni dalle altre persone, da quello che si aspettano, da quello che vorrebbero.

Significa, fondamentalmente, capire chi siamo e avere il coraggio di decidere che meritiamo di scegliere dove vogliamo arrivare.

Ma soprattutto, significa avere l’intelligenza di capire che nella vita non c’è niente di immutabile, nemmeno quello che ci sembra ormai definito in maniera marmorea, e trovare il coraggio di sparigliare le carte e fare un bel salto.

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Un salto che, certo, fa paura perchè è sempre verso l’ignoto, senza garanzie e tra mille dubbi. Ma io dico sempre che non è coraggio se non fa paura.

Che felicità sarebbe se fosse facile?

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Cinque mesi dopo sono partita, caricando in auto un mare di scatoloni con dentro tutti i miei trent’anni di affetti, ricordi, traguardi. Ho lasciato la mia famiglia, lo studio, gli amici. Ho abbandonato il punto di vista di una vita, non so se sapete di cosa parlo.

Quel modo di pensare che avreste abitato in quella casa fatta così, in quella zona lì che è migliore, che avreste mandato i bambini in quella scuola lì e non nell’altra, che sareste passati da mamma due o tre pomeriggi a settimana, per un caffè al volo prima di andare in studio o per prendere la verdura bella pulita e già cotta da dare ai bambini per cena.

Io ho scelto di buttare tutto all’aria e ricominciare da capo.

L’ho fatto perchè ero innamorata e volevo essere felice.

E lo sono stata.

E lo sono ancora.

Questa è la sola garanzia che la vita mi abbia dato sulla scelta che ho fatto.

È stata postuma – di parecchio – ed è stata preceduta da una quantità di difficoltà e rinunce che mi sono domandata spesso se ne fosse valsa la pena.

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Ma non c’è mai stata una volta che mi sia risposta di no.

Ne è valsa assolutamente la pena, nonostante tutto.

Nonostante la vita mi abbia poi messa di fronte alla necessità di fare ancora altre scelte, che ho meditato e preso con coraggio memore della precedente esperienza.

Certo, non vi posso dire che si è felici sempre, non nel senso che lo si è continuamente. Non si può vivere costantemente ebbri di gioia, sarebbe sfiancante dal punto di vista fisico ed emotivo e renderebbe meno appetibile – alla lunga – quella gioia che desideriamo intimamente.

Da questo punto di vista aveva ragione Totò, quando intervistato da Oriana Fallaci disse:

Signorina mia, ciascuno ha da portare una croce e la felicità, creda a me, non esiste. L’ho scritto anche in una poesia: «Felicità: vurria sapé che d’è / chesta parola. Vurria sapé che vvo’ significà». Forse vi sono momentini minuscolini di felicità, e sono quelli durante i quali si dimenticano le cose brutte. La felicità, signorina mia, è fatta di attimi di dimenticanza. 

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Ecco, in questo io credo fermamente. La felicità è fatta di dimenticanza.

Quando avevo tutto quello che credevo importante sapevo vedere solo ciò che mi mancava.

Il mio percorso, invece, mi ha insegnato ad essere felice nonostante ciò che non ho.

Perchè ho imparato a scegliere.

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È questo il significato profondo dell’espressione “essere felici è una scelta”.

Ed è il segreto che mi sentirei di rivelare a chiunque mi domandasse come essere felici nella vita.

Se volete essere felici dovete trovare il coraggio di scegliere.

Tutto il resto verrà da sè.

 

Questo post è dedicato a Mara, al suo percorso a venire e alle scelte che comporterà.

Ti abbraccio.

 

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Chiara Mainini Administrator

Ciao, mi chiamo Chiara Mainini, mi sono laureata a pieni voti in Giurisprudenza a 23 anni e ho esercitato per dodici la professione di Avvocato penalista. Oggi ho cambiato rotta, dopo un master in web marketing e scrittura per la rete lavoro come web editor freelance: creo contenuti per il mio blog ed altri siti che si occupano di maternità.

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