Quando aspettavo Edoardo non sapevo che madre sarei stata.

Ma di una cosa ero assolutamente certa: io non lo avrei mai ingannato, non gli avrei mai mentito, sarei stata sincera sempre.

Anche quando sarebbe stato scomodo, anche quando sarebbe stato pruriginoso o compromettente.

Perché ai bambini si deve verità, mi dicevo.

Ti mettono la loro anima bianca tra le dita sapendo che ne avrai cura ed esigono una schiettezza cristallina, che non perdona esitazioni o tentennamenti.

Poi lui è nato, ha fatto irruzione tra le mie certezze con un impeto e una forza travolgenti. Io per mesi non ho più saputo chi fossi.

Perché tutto il background che avevo costruito in una vita, tutta la carenatura, la morale, la scorta di inflessibili giudizi che avevo incollato dietro ai miei occhi ingenui crollavano sotto il peso di una decisione basilare da prendere: quale madre avrei potuto essere, davvero?

Perché la sincerità che per anni avevo considerato un debito in realtà è un privilegio di classe, dei più lussuosi e costosi al mondo.

Devi potertela permettere, devi essere in grado di sostenere lo sguardo deluso di un bambino che si aspetta una vita brillante e giusta sempre, meritocratica e obiettiva nel riconoscere ricompense come tu hai cercato di insegnargli mentre invece si accorge, giorno dopo giorno, che quasi mai otterrà ciò che davvero merita.

Tu provi a dirgli quello che a suo tempo dicevano a te: che non conta la meta quanto il viaggio, che l’importante è profondere tutto l’impegno che sai e che riesci. Che poi non ha importanza il risultato perché il bello non è vincere ma partecipare al meglio che puoi : il merito avrà giustizia comunque.

Ci ho creduto io alla sua età?

Sì, ci ho creduto.

Ho lottato anni per emergere dando il 100%, ripetendomi che il merito avrebbe avuto giustizia comunque.

E poi ho lentamente iniziato a capire che ci sono sempre due pesi, due misure, due strade: io ho percorso quella più difficile e impervia, confidando che mi avrebbe formata.

E lo fece.

Ho varcato la soglia dell’età adulta coi risultati che bramavo da anni ma una stanchezza enorme e altresí la consapevolezza che la legge non è uguale per tutti: perché per alcuni è un po’ più uguale.

E cosa devo dire oggi a mio figlio? Che l’impresa vale sempre la spesa?

Che faticare il doppio degli altri, il triplo a volte, aumenta l’orgoglio e la soddisfazione per sé?

Io una strada più semplice, meno impervia e frustrante, in alcuni momenti l’avrei apprezzata e su questo non posso mentire.

Non a lui.

La vita non è “che sballo, amico”.

È piuttosto un coacervo incomprensibile di scelte che si rivelano quasi sempre affrettate e inesatte, con in più la beffa di capire quasi immediatamente che la cosa giusta da fare era un’altra ed ormai è troppo tardi.

“Inserire un’altra moneta”.

Io lo chiamo “il paradosso delle chiavi nel box”: perché la sensazione è proprio quella lì. Quella che provi mentre chiudi il garage e ti accorgi nell’attimo esatto in cui giri la maniglia..che le chiavi sono rimaste dentro.

E tu sei rimasto fuori.

La verità ha un prezzo enorme da sostenere.

Io non sono in grado di fare a pezzi il suo ottimismo, la sua speranza in una vita semplice e ricca di giustizia, il suo desiderio che tutto sia comunque bello e perfetto.

A volte mento.

Mento perché sono stanca e non riesco proprio a imbastire un discorso sul perché sembra che le stelle si muovano.

A volte dico “non lo so”, anche se ahimè non è vero. Perché dire la verità significherebbe spiegargli che ci sono persone orribili anche tra chi incrociamo ogni giorno per strada: persone povere d’animo, cattive, razziste. Persone per le quali il tuo paese di nascita conta molto più della persona che sei e di quello che puoi fare per la tua comunità.

Una volta mio figlio mi ha detto: “mamma che cos’è un meticcio?”

– un meticcio è un cane che non ha una razza precisa perché la sua mamma è di una razza e il suo papà è di un’altra.

e perché serve una parola per dirlo?

– in che senso Eddy?

cosa c’è di strano nel fatto che qualcuno abbia i genitori diversi? La mia amica XX ha i genitori diversi ma mica la chiamiamo meticcia. È uguale a noi. Perché un cane coi genitori diversi ha un nome diverso da quello di razza?

Questa idea di uguaglianza profonda, che non avrei saputo infondergli in un modo più semplice e vero di come lui l’ha comunicata a me, io l’ ammiro in mio figlio.

Anche quella volta ho mentito.

Ho risposto che non sapevo perché le persone usassero quella parola che per me è totalmente inutile.

Perché un cane è solo un cane come una persona è solo una persona.

 

Oggi mi chiedo: ma le bugie che diciamo dove vanno a finire? Cosa succede quando mentiamo?

C’è differenza tra una bugia detta in malafede ed una detta a fin di bene?

Restiamo sempre noi dopo aver detto una bugia o perdiamo ogni volta, lentamente, un pezzo di quella parte felice e incontaminata di noi stessi che avevamo alla nascita?

Perché a questo non so rispondere per davvero.

E so che un giorno me lo chiederà.

Ogni volta che gli dico “Edoardo non si dicono le bugie!”  lui ha negli occhi quella domanda.

– Perché mamma, cosa succede se le dico?

Me lo chiederà, ed io non saprò cosa rispondere e per una volta sarò sincera: dirò non lo so.

O magari mentirò ancora, come ieri sera.

Quando con la voce più disperata del mondo, così dal niente mi ha detto:

 

– mamma, quando tu morirai io sarò molto, molto, molto triste per sempre.

 

Gli ho risposto di dormire tranquillo.

Che io non morirò mai e staremo insieme per sempre.

E ho lasciato andare un altro piccolo pezzo di me.

 

Questo post partecipa agli esercizi di scrittura degli Aedi digitali.

 

 

 

Chiara Mainini Administrator

Ciao, mi chiamo Chiara Mainini, mi sono laureata a pieni voti in Giurisprudenza a 23 anni e ho esercitato per dodici la professione di Avvocato penalista. Oggi ho cambiato rotta, dopo un master in web marketing e scrittura per la rete lavoro come web editor freelance: creo contenuti per il mio blog ed altri siti che si occupano di maternità.

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