Quando pensate a un matrimonio divertente cosa vi viene in mente?

Probabilmente pensate a una cerimonia con un parroco simpatico, a un’omelìa piena di battute scherzose, ad un intrattenimento particolarmente allegro e trascinante.

Ecco, il mio matrimonio non ha avuto niente di tutto ciò ma è stato ugualmente da scompisciarsi dalle risate.

 

Leggi anche: Storia del nostro Sì – come organizzare un matrimonio da favola ed essere felici anche se succederà di tutto!

 

Possiamo iniziare dicendo che, svegli tutti di buon mattino, un po’ rincitrulliti dalle ore piccole della notte precedente, abbiamo fatto una ricca colazione che ci sostenesse fino all’orario del pranzo. Dopodiché ho salutato il Marito, che non avrei più rivisto per il resto della giornata nel tentativo di tener fede alla tradizione almeno un minimo e ognuno si è dato alle proprie occupazioni.

L’occupazione di mio figlio – ricordiamo all’epoca 18 mesi – fu specificamente quella di tentare le peggio imprese impossibili per la prima volta nella sua vita e, in un brevissimo momento di distrazione di tutti, arrampicarsi su una sedia carambolando giù ovviamente di testa.

Il che valse a procurargli un enorme bozzo nero in piena fronte e un umore ancora più nero per tutto il resto della giornata.

Questo non fa ridere affatto di per sè, ma vedendo le fotografie che furono scattate quel giorno un po’ di ilarità spontaneamente nasce:

si noti il terzo occhio in piena fronte, povera stella

Dopo questo ameno episodio ognuno è tornato alle proprie occupazioni. 

Io iniziai a dare una riordinata generale alle camere dove sarebbero avvenute le due vestizioni (la mia e quella di Marito).

Marito andò dal barbiere per sistemare barba e capelli.

I miei genitori uscirono per correre al centro commerciale per comprare a Marito un paio di calze.

Sì perché il sig. precisino dalle mille pretese quanto all’outfit nuziale aveva dimenticato di comprarsi i calzini ed era arrivato al mattino del matrimonio senza. Dinanzi alla constatazione che la cosa potesse costituire un problema, aveva fatto spallucce dichiarando:

va beh, ho quelli di spugna

Intendete? Lui – dopo aver fatto le pulci al suo abito da sposo a livelli che in confronto una sposa tradizionale è approssimativa – decideva di andare all’altare coi calzettoni di spugna. Quelli coi rigoni rossi e neri, per capirci.

Mia madre – santa donna – preveniva sul nascere la mia ovvia esplosione nucleare annunciando che sarebbe andata lei a comprare questi benedetti calzini.

Io, che come ogni sposa che si rispetti ero nevrastenica già dalle ore 7, sbollivo furiosamente il fastidio rifacendo e disfacendo letti a caso, spostando cose da un punto all’altro della casa senza senso e passando la scopa su pavimenti già puliti. Il tutto proferendo le peggio parole all’indirizzo del futuro consorte solo perchè – repetita juvant – s’era scordato i calzini.

Ecco, solo per dire a che livelli di nevrosi ti porta un matrimonio, ero così: gioviale e rilassata in un’espressione di gioia immortalata per i secoli a venire

sposa
no comment

La giornata procedeva a passi brevi verso l’ora della cerimonia.

E siccome tutto era già declinato nel più disteso e allegro dei climi, all’incirca all’ora di pranzo mia sorella – che aveva interceduto per la prenotazione della macchina d’epoca presso un suo amico – ci comunicava che si era verificato un disguido e la macchina non era disponibile.

Ma di stare tranquilli che si stava già trovando una soluzione.

Ora, a parte l’ovvia considerazione che quando c’è un problema serio il miglior modo di farmi preoccupare è dirmi “stai tranquilla”, capirete che scoprire 7 ore prima del matrimonio che forse in Chiesa ci dovrai andare a piedi non è che proprio ti esalti.

Per cui mi ingrugnavo sempre di più in preda ad un patimento interiore lacerante, bofonchiando frasi sconnesse con tono melodrammatico. Se oggi incontrassi in corridoio una che svalvola contro calzini e macchine d’epoca, con tutta probabilità la segnalerei immediatamente per un TSO ma tant’è, quel giorno tutto mi sembrava un’enorme, immane tragedia.

Bei momenti.

Per fortuna scoprimmo nel giro di un paio d’ore che mia sorella – bontà sua – di amici ne aveva tantissimi e pertanto riuscì a procurarmi non solo una Mercedes ML nera che era uno spettacolo ma pure un autista con tanto di livrea e berretto (grande Pino!).

Risolto il problema dell’auto tornai ad una specie di buonumore che mi fece persino perdonare Marito per la storia dei calzini, circostanza che gli comunicavo (sempre per rispettare la tradizione) con un messaggio whatsapp.

Il poveretto – nonostante la mia evidente psicolabilità – accoglieva il mio slancio con ottimismo e mi rispondeva

chi sei?

Il resto procedette più o meno senza intoppi fino all’ora di recarsi in Chiesa.

Insomma, quasi senza intoppi.

Per dire “senza intoppi” dovremmo trascurare il fatto che i miei capelli, ondulati fin dalla nascita che senza la piastra non sono mai stati lisci, arricciati il giorno precedente per favorire l’acconciatura della cerimonia, chiaramente quel giorno erano una fascina di spaghetti De Cecco che per metterli in piega ci volle la mano de Cristo (ed anche quella piuttosto spazientita e risoluta di mia cugina Lucia, acconciatrice di professione, scelta per l’occasione come hair stylist).

Le castéme (trad. dal dialetto: imprecazioni) si sprecarono ma il risultato fu bellissimo.

Dovremmo in effetti trascurare anche la crisi di nervi di mia madre che – tutti pronti sulla porta per andare – aveva il cervello talmente in pappa che non riusciva a trovare la pochette preparata in bella vista sin dalla sera prima. Un quarto d’ora per trovare sta pochette che, chiaramente, non fu trovata, costringendola ad uscire in tenuta da gran sera ma senza la borsa.

Seguì episodio che potrei definire psicotico, nel quale – scendendo le scale esterne per arrivare all’auto – trovavo una serie di nastri da tagliare (come d’abitudine qui, per significare l’inaugurazione di una nuova vita) e vedendo venirmi incontro una delle mie bellissime cuginette che mi offriva le forbici per il taglio io la rispedivo indietro senza complimenti dicendole che erano le forbici sbagliate.

?!?

Che ancora oggi mi chiedo che caspita mi avessero dato da bere, perché per fare una cosa del genere dovevo essere ubriaca pesante eh.

Le forbici sbagliate? Perché, quali avrebbero dovuto essere quelle giuste? Cioè, io vi giuro che ad oggi non so di cosa stessi parlando. Comunque la poveretta fece un musino talmente triste che – per fortuna – ebbi la lucidità di accorgermene e richiamarla indietro, da vera psicolabile insomma.

Bah.

Comunque, proseguendo verso la macchina (a quel punto già in ritardo di circa 20 minuti rispetto all’orario della celebrazione), proseguiva anche la saga del paradosso. Perchè con tutto quel vestito pomposo, il velo lungo, il suv alto, io proprio non ce la facevo a salire. Alza di qua, tira di là, stai attenta al velo, stai attenta alla coda, io a issarmi su quel sedile proprio non ci riuscivo.

Visti i precedenti potreste pensare che la cosa mi fece incazzare. Ma invece no, perché ferma così, mezza su e mezza giù, con il sedere per aria e una gamba di fuori, con la gonna raccolta tra le mani e le persone dietro che cercavano di aiutarmi a salire spingendomi, io mi sentivo come un maritozzo alla panna che non andava nè su nè giù.

E scoppiai a ridere. Ma un riso talmente potente che mi toglieva le forze e mi faceva andare lentamente sempre più indietro. Più ridevo meno riuscivo a far forza per salire.

Dovreste immaginarmi lì, incastrata in una nuvola di raso e pizzo che cerco forsennatamente di salire e non ci riesco, mentre continuo a ridere come una scema. Vi assicuro che il pensiero non è esilarante neppure la metà di quanto lo fu viverlo.

Comunque alla fine tutto si risolse, quando una delle vicine di casa di mia madre, rimboccandosi le maniche mi diede uno spintone sul sedere che – per quanto comico – risultò decisivo, facendomi finalmente carambolare sul sedile posteriore.

Ah, la grazia.

La sposa più goffa del mondo, signore e signori.

macchina della sposa

A quel punto tutto era pronto perché il corteo si avviasse – finalmente – verso la Chiesa.

Mio padre trovò posto accanto a me in auto (anche se nella foto non si vede), mia madre salì sulla seconda macchina insieme a mio fratello Matteo, che era il mio testimone insieme alla mia migliore amica Serena.

Marito – ignaro delle tragedie di nastri e auto che si sarebbero consumate – era già partito da circa un’ora per essere in Chiesa puntuale. Noi eravamo già in ritardo di circa mezz’ora e nelle mie orecchie echeggiavano le parole di Don Luigi che – alle prove generali della cerimonia – aveva tuonato:

guai a voi se vi presentate in un ritardo eccessivo! Vi consento al massimo una ventina di minuti!!

Ero terrorizzata, ma talmente che in auto mi feci prestare il telefono da mio padre per cercare di avvertire Marito che stavamo arrivando, eravamo a 5 minuti dalla Chiesa.

Ma Marito, ovviamente – essendo lo sposo – , non aveva il cellulare in tasca ai piedi dell’altare..e quindi cosa fare? Aspettare e stare calma perché di certo per cinque minuti il prete non avrebbe sbattuto baracche e burattini fuori dalla Chiesa?

Chiaramente No.

Forsennata ricerca telefonica di uno degli invitati di cui ricordassi il numero affinché avvisasse lo sposo che stavamo arrivando, ovviamente.

Roba che ora che lo trovai eravamo a 200 metri dal sagrato, tipo.

Ma va beh, la cosa – di per sè abbastanza ridicola – si rivelò invece utile in vista dell’ennesima tragedia che si sarebbe consumata di lì a poco.

Perchè mentre gli invitati si scattavano selfie taggandomi e postando su facebook domande tipo :

Noi siamo qui ma tu dove sei?

Ehi sposa ci hai ripensato?

mentre Marito impallidiva sempre più vedendo che il corteo della sposa non accennava ad arrivare, altrove – a circa 8 km dalla Chiesa – si andava consumando l’ennesimo dramma.

Su un ameno ponticello che supporta a malapena il transito delle automobili, davanti alla Cattedrale di un altro paese, lungo la più breve delle sole due strade che da casa dei miei conducono alla Chiesa delle nozze, due Pullman guidati da autisti trogloditi si incastravano l’uno davanti all’altro bloccando il passaggio all’auto dove si trovavano mia madre ed il mio testimone.

Noi, con il nostro suv strombazzante tutto pieno di nastri e fiori eravamo passati a tutta velocità anche per le continue sollecitazioni che impartivo all’autista, pregandolo di andare più veloce possibile per evitare che arrivassimo sul sagrato trovando tutti gli invitati sfrattati e la porta chiusa.

L’auto di mia madre, invece, che seguiva a distanza di un paio di macchine, era rimasta bloccata dai due cretini di cui sopra.

Perciò, io e mio padre sopraggiungevamo sul sagrato della Chiesa con buona pace, e un sospiro di sollievo, da parte di tutti: sacerdote spazientito dalla mezz’ora di attesa, marito impallidito dal sentore di abbandono ed invitati già provati dalla stanchezza e probabilmente – vista l’ora – pure affamati.

Ma io non potevo scendere.

Non solo perché neppure in caso di rivoluzione sarei entrata in Chiesa in assenza di mia madre. Ma, soprattutto, perché se pure lo avessi fatto la cerimonia non sarebbe potuta iniziare sino all’arrivo del mio testimone, che stava comunque in macchina con lei.

E poi diciamocelo: quando mai si è visto che la sposa entra in Chiesa prima che siano arrivati tutti gli invitati e i testimoni?

Ero quindi abbandonata nel suv, incazzata nera per l’accaduto, preoccupata per come sarei scesa dall’auto vista la fatica che avevo fatto per salire, impensierita dal fatto che non si capiva quanto avrebbero impiegato mamma e fratello ad arrivare ed anche discretamente stanca.

Perché sì, se state pensando di sposarvi di sera il mio consiglio è di non farlo assolutamente, perché si accumula un livello di stress tale durante la giornata, che alla cerimonia arrivereste stremati. Io non lo rifarei.

E quindi scoppiai a piangere. Ma un pianto così isterico e disperato che nessuno riusciva a placare, si stava addirittura pensando di far uscire lo sposo perchè niente: io non riuscivo a smettere di piangere.

Ma invece dello sposo arrivò Andrea, il mio più caro amico d’infanzia, che con tutta l’empatia, la comprensione e la dolcezza di cui era capace, per aiutarmi mi disse:

Oh ma stai a piange perché non arriva tua madre? Ma che c’hai, 5 anni?

Egnènte, Andrea è così. Mi fece scoppiare a ridere e finì tutto in caciara.

Nel frattempo, dall’interno della Chiesa tutti si chiedevano perchè quella cretina della sposa – comodamente appollaiata nel suv – non scendesse e non entrasse.

Mica si erano accorti che mancava all’apello gente fondamentale.

Una volta rappresentato l’accaduto, tutti si risedettero, Marito si rilassò, il sacerdote andò a farsi un panino in sagrestia e continuammo ad aspettare. Nel mentre, io riflettevo su quale leva avremmo dovuto utilizzare per issarmi da quel sedile e cavarmi fuori dal trabiccolo.

Ad un tratto avvertimmo il rumore di un motore spinto a folle velocità.

Tutti alzammo gli occhi: noi dentro la macchina, gli invitati all’interno della Chiesa che erano in posizione frontale rispetto alla strada antistante il sagrato.

E ammirammo l’arrivo in velocità – con conseguente frenata, sgommata e derapata laterale in mezzo al sagrato – dell’auto dalla quale tutti trafelati scendevano mio fratello e mia madre, che – brandendo la lunga gonna con le due mani a mo’ di mondina nelle risaie – tuonava:

Forza, andiamo !

In una vita intera, con tutto l’impegno possibile, non potrete mai riuscire a immaginare quanto comico fu davvero quel momento. una macchina che arriva sgommando  in girata come nei peggio rally e la madre della sposa, tutta ben vestita con abito lungo a strascico che se lo tira su fino alle ginocchia per scendere e correre dentro. Una cosa da Oscar.

Da lì in poi, finalmente, tutto procedette in maniera quasi normale.

Riuscìì a percorrere la navata fino all’altare senza piangere ancora, anzi con un bel sorriso e senza brandire il bouquet come fosse un ombrello come fanno molte spose.

ingresso sposa

Certo, al momento delle fedi ho sbagliato mano e insistevo a voler infilare l’anello di Marito all’anulare destro, ho dimenticato la promessa personalizzata che avevo scritto e imparato per il rito (sì è possibile farlo e sì, dovete trovare il sacerdote che ve lo faccia fare) e ho dovuto farmela passare sottobanco durante la cerimonia come si fa nei compiti in classe di greco con i pezzi delle versioni.

Fortuna che – almeno in questo – ero stata previdente e l’avevo trascritta e affidata alla fidanzata di mio fratello.

Poi va beh, c’è quel particolare dettaglio che il sacerdote, per recuperare l’ora di ritardo con la quale era iniziata la cerimonia, tagliava pezzi di messa a casaccio sbandando totalmente il coro e la violoncellista che non sapevano più cosa cantare e suonare ed anche gli invitati che non si raccapezzavano sul libretto. E, certo, anche il fatto, che alla fine della celebrazione, uno dei tagli lo abbia fatto sulla sacramentale frase “andate in pace”, per cui quando si è allontanato tutti pensavamo fosse andato a rendere grazie a qualche Madonna delle navate laterali, e invece lui se ne era proprio andato senza chiudere la cerimonia.

Che dopo tipo 10 minuti di attesa silenziosa io e Marito ci siamo girati e – autoproclamandoci marito e moglie – abbiamo annunciato a tutti che forse la messa era finita.

Roba che per mesi mi sono chiesta se fossimo realmente sposati.

Però ecco, il mio matrimonio è stato così. Tragicomico e perfetto. Pieno di amore, di gente che ci amava sul serio e voleva essere con noi anche a mille chilometri di distanza, nonostante seri problemi, nonostante il caldo, nonostante tutto.

Perché il bene – come canta Niccolò Agliardi nella canzone che non a caso ho scelto come colonna sonora del nostro video matrimoniale – si avvera.

Quando si è persone buone, di cuore, che fanno il bene..il bene torna indietro. E noi, quel giorno e in quelli venuti dopo, di bene ne abbiamo ricevuto tanto.

chiesa

Potrei raccontarvi dei mille altri piccoli inghippi e imprevisti verificatisi poi nel corso del ricevimento.

Del cameriere che – pronti via – alla prima portata mi ha fatto cadere un mestolo di sugo sulla coda dell’abito, di Marito e io che per tutto il ricevimento non siamo riusciti a incontrarci perché vagavamo da tavolo a tavolo ma mai nello stesso momento e ci vedevamo solo al nostro tavolo quando veniva servita una nuova portata, delle lanterne giapponesi accese in segno beneaugurale al taglio della torta che però sono decollate e precipitate a pochi metri di distanza, in un terreno che quasi va a fuoco.

Ma invece mi fermo qui, con questa immagine di noi che – tra tutte – è quella che vorrò ricordare per sempre

Perché oggi, dopo 4 anni da quel giorno, io sono ancora più sicura che il bene si avvera.

Buon Anniversario a noi!

 

Leggi anche: Storia del nostro sì – l’organizzazione del viaggio di nozze e la festa prenuziale

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.