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Perchè mio figlio non lascia mai il suo peluche? E quando dico mai, intendo mai. Lo tiene quando dorme, lo tiene quando mangia, lo tiene quando usciamo e anche quando siamo in casa a fare niente. A me, ormai, sembra di avere due figli, di cui uno peloso e con le corna. È normale o dovrei preoccuparmi?

Mi sembra passata un’eternità da quando ho posto per la prima volta questa domanda a Vera, la psicoterapeuta che l’Ospedale ci ha messo a disposizione quando Edoardo è stato operato.

Sapevo che spesso i bambini scelgono un peluche, una bambola o un oggetto che diventa il loro inseparabile amico.

Ma non ero preparata alla reale portata della parola inseparabile.

Una delle prime cose che ho imparato quando sono rimasta incinta è che mio figlio avrebbe avuto bisogno di un oggetto transizionale.

O, come comunemente viene chiamato per via di un noto prodotto commerciale, di un Doudou. Mi avevano spiegato che sarebbe stato un bene comprarne più di uno e avrei dovuto tenerli il più possibile a contatto con me durante la gravidanza.

In questo modo, dicevano, si sarebbero impregnati per bene del mio odore e lui li avrebbe riconosciuti.

Ne acquistai un paio e qualcuno mi fu regalato.

E così Edoardo si ritrovò a poter scegliere in una serie di 8 simpatici animalini di pezza, con annesso fazzoletto da poter sprimacciare.

Non se ne filò neanche uno, ma neppure per sbaglio. Qualunque cosa gli mettessi nel letto nel primo mese di vita finiva col penzolare di sotto, correndo il rischio della decapitazione.

Col compimento del primo mese di vita, la faccenda iniziò a cambiare.

Le mie amiche gli regalarono un tenerissimo Simba, molto carino e coccoloso, e nonostante non mi ci fossi impuzzita insieme per oltre 8 mesi lui sembrò gradirlo come mai aveva gradito qualcosa prima.

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Ma con mio estremo stupore, Simba si rivelò essere soltanto un flirt, una storiella estiva destinata a finire.

Perchè con l’arrivo di settembre Edoardo scoprì l’esistenza della Coicò. E da quel momento non ci fu più alcuna chance per nessun altro.

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Quando, a inizio settembre, posi quella domanda a Vera, lei mi rispose che è sempre un bene quando un bambino riesce a legare tanto con un peluche o un oggetto da farne il proprio oggetto transizionale.

Che avrei dovuto avere pazienza, perchè il cammino insieme alla Coicò era solo all’inizio e che tanti sarebbero stati gli anni a venire da trascorrere insieme.

E, naturalmente, mi raccomandò di portarlo in Ospedale durante il ricovero in modo che Edoardo potesse averla con sè a disposizione.

E se state alzando gli occhi al cielo, convinti che siano fissazioni assurde, sappiate che i medici prendono questa cosa molto sul serio.

Talmente sul serio che la Coicò ha potuto entrare in sala operatoria con Edoardo ed è rimasta con lui finchè non è stato sedato, mentre io… non ho potuto.

Ma in pratica, che cos’è l’oggetto transizionale?

Il primo a parlare di oggetto o spazio transizionale fu il Pediatra e Psicanalista britannico Donald Winnicott.

Egli teorizzò l’esistenza di un meccanismo attraverso il quale il bambino – in modo del tutto inconsapevole – trasferisce su un oggetto o un luogo la figura affettiva principalmente responsabile del suo accudimento, affrontando così quel periodo della sua crescita in cui diventa consapevole di essere un individuo a sè stante.

In particolare, Winnicott specificò che prima dei sei mesi un bambino non è in grado di percepirsi come una persona autonoma dal proprio accuditore, solitamente la mamma, e sente non solo di esserne un prolungamento ma anche di averla totalmente nel proprio dominio.

Tra i sei e gli otto mesi, invece, questo stato di “fusione” si sgretola, il bambino si rende conto di non essere più un tutt’uno con i suoi familiari e di non poterne avere il controllo. Soprattutto, il bambino inizia a capire che la mamma ha una sua vita indipendente da lui, che può allontanarsi e ritornare, e comincia anche a riuscire a costruire un ricordo della mamma quando questa è assente.

L’oggetto transizionale svolge la sua funzione in questo esatto momento, perchè rappresenta l’oggetto o il luogo che permette al bambino di consolarsi del dispiacere derivante dall’allontanamento della mamma. Un oggetto o un luogo col quale il bambino impara a costruire la prima relazione affettiva dopo quella instaurata con i genitori.

Il rapporto con il peluche, o altro oggetto prediletto, è quasi morboso ma questo non deve preoccupare.

Le emozioni del bambino, infatti, sono tutte riversate su di esso: l’amore (baci e abbracci), la frustrazione (morsi) e persino la rabbia (colpi o strattoni), ma è tutto assolutamente normale, la funzione dell’oggetto transizionale è proprio questa.

Per quanto tempo un bambino resta legato all’oggetto transizionale?

Vera mi disse subito che la risposta a questa domanda è molto soggettiva.

Ogni bambino è diverso e, soprattutto, costruisce in modo estremamente soggettivo la propria relazione con il mondo esterno.

Quello che invece mi fu raccomandato con estrema risolutezza fu di non cercare in alcun modo di accelerare i tempi.

I bambini abbandonano spontaneamente l’oggetto transizionale quando sono abbastanza pronti per affrontare il mondo esterno in totale autonomia, anche dal punto di vista affettivo.

Cercare di accelerare la venuta di quel momento è del tutto inutile e controproducente, perchè potrebbe generare nel bambino uno stato di paura o ansia che invece prolungherebbe la relazione.

I bambini sanno quando non hanno più bisogno di essere assistiti dal loro amico, e quando non avvertiranno più quella necessità per la quale lo avevano creato lo lasceranno andare.

A quel punto, è molto importante che i genitori non lo gettino via.

Non è infrequente, infatti, che in isolati casi di particolare stress psicologico o difficoltà il bambino torni a cercare la rassicurazione del suo oggetto transizionale. Ed è importante che lo trovi: in questo modo sanerà quel disagio transitorio in brevissimo tempo e tornerà ad accantonare il suo amico.

Addirittura, mi diceva Vera, non sono infrequenti casi di adolescenti intorno ai 12/13 anni che – in situazioni di particolare stress emotivotornino a cercare il loro vecchio amico transizionale, senza che questo debba preoccupare il genitore. È transitorio e si risolve da sè.

Come prendersi cura dell’oggetto transizionale?

Molti dicono che per assicurare la massima efficienza, l’oggetto transizionale non andrebbe lavato.

Vi dirò, a me medici e psicologici ne hanno predicato l’importanza, ma mi hanno pure detto che non si può offrire a un bambino piccolo un ricettacolo di acari e batteri. 

Soprattutto quando l’oggetto transizionale è in tessuto, è opportuno lavarlo frequentemente in modo che si mantenga pulito. 

Noi alla Coicò, che era una mucca cornuta, abbiamo col tempo dovuto tagliare orecchie e corna, contravvenendo alla regola secondo la quale l’oggetto transizionale non andrebbe mai manomesso.

Ma fu necessario farlo perchè Edoardo li ciucciava e, a parte il fatto che ciò la rendeva orrendamente maleodorante, lui continuava ad ammalarsi.

Una volta tagliate via le protuberanza ciucciabili, lui ha smesso di prendere qualunque male esistente sulla terra. Sarà pure una coincidenza, ma tant’è.

In ogni caso, io la Coicò l’ho sempre lavata con detersivo neutro (senza ammorbidente) e Napisan, facendole fare un giro in lavatrice a settimana.

Mi dicono che per molti bambini il momento del bagnetto del peluche è un dramma. Io non so bene cosa consigliarvi, se potete approfittate di una nanna con lavaggio notturno o di un momento di distrazione.

Con Edoardo non ho mai avuto questo problema perchè lui ha sempre amato fare il bagnetto e quindi era contento di farlo fare alla Coicò: io gli proponevo di metterla lui stesso in lavatrice e lui lo faceva.

Certo, poi passava 138 minuti inginocchiato davanti all’oblò a guardarla girare, ma questa è un’altra storia.

Di lavaggi, negli anni, la Coicò ne ha fatti tanti, fino a ridursi nelle condizioni in cui è oggi:

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Oggi, in realtà, non si chiama neppure più Coicò ma Cò, perchè Edoardo è un ermetico e non spreca 5 lettere dove ne bastano due.

Il procedimento di distacco è irreversibilmente iniziato e oramai si ricorda di lei solo quando è ora della nanna.

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Ma nonostante questo io la sento davvero come se fosse il mio secondo figlio e un po’ mi dispiace il pensiero che un giorno giacerà abbandonata in fondo alla cassapanca dei giochi.

Ho imparato a volerle bene, a preoccuparmi che fosse con noi ovunque, a considerarla nel check partenza:

– Hai preso le chiavi?

– sì

– i documenti ?

– sì?

– la Cò?

– no

– torna indietro subito!

L’ho persa al centro commerciale la settimana prima di Natale, determinando il pianto isterico di Edoardo per un un giorno e mezzo. Poche cose nella vita mi hanno ridotto il cuore in briciole come quell’esperienza.

Forse, tutto sommato, sono felice che sia andata così.

Magari, quando lui la metterà da parte, la sua funzione non sarà esaurita.

Servirà a me.

Per ricordarmi di noi e di tutte le belle cose che abbiamo fatto insieme.

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Bibliografia essenziale:
– Winnicott D. W. Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma
– Winnicott D.W. Gioco e realtà, Armando, Roma
La psicoterapeuta che cito nell’articolo è la Dott.ssa Vera Mariani, in servizio presso il centro di riferimento regionale per le labiopalatoschisi Smile House, Ospedale San Paolo di Milano.

Chiara Mainini Administrator

Ciao, mi chiamo Chiara Mainini, mi sono laureata a pieni voti in Giurisprudenza a 23 anni e ho esercitato per dodici la professione di Avvocato penalista. Oggi ho cambiato rotta, dopo un master in web marketing e scrittura per la rete lavoro come web editor freelance: creo contenuti per il mio blog ed altri siti che si occupano di maternità.

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