non aspettare la notte recensione

Non aspettare la notte è il quarto romanzo di Valentina D’Urbano, dopo Il rumore dei tuoi passi, Quella vita che ci manca e Alfredo.

Racconta la tenera storia d’amore tra Angelica e Tommaso, due ragazzi profondamente segnati dalla cattiveria della vita.

Angelica, all’età di sette anni, è stata coinvolta dalla madre malata di mente in un incidente automobilistico gravissimo, che l’ha resa orfana di madre e le ha devastato il corpo di segni e cicatrici. Ora di anni ne ha 20 ed è arrabbiata, ferita, chiusa totalmente in se stessa. E rifiuta qualunque relazione col mondo.

Tommaso ha una malattia degenerativa agli occhi. Ci vede poco, normalmente, ed è destinato a diventare cieco.

L’estate dei loro vent’anni sarà occasione di incontrarsi, conoscersi e innamorarsi, in un turbinìo di emozioni che solo a quell’età possono essere così forti e totalizzanti.

Sono sincera, Non aspettare la notte è sicuramente un bel romanzo da leggere sotto l’ombrellone, ma mi aspettavo di più.

Non avevo ancora letto nulla di questa autrice, abbastanza corteggiata dal pubblico italiano. Ma le lodi continue sui suoi lavori mi avevano fatto venire voglia di leggerla.

Ho scelto di partire da Non aspettare la notte, e non dal suo primo romanzo, semplicemente per questione di affinità con la protagonista: Angelica studia giurisprudenza, secondo voi questa cosa poteva non catalizzare la mia attenzione?

La storia è molto interessante e lo stile narrativo dell’autrice è molto gradevole. Non è una che salta avanti e indietro in modo fastidioso, il che è certamente un pregio per quanti leggono in maniera incostante e spesso – riaprendo il libro dopo qualche giorno – rischiano di dover rileggere le ultime dieci pagine perchè non riescono a raccapezzarsi nel racconto.

Tra i lati positivi posso sicuramente citare anche il fatto che il romanzo sia scritto davvero in lingua italiana, senza gli strafalcioni grammaticali che sempre più spesso si rinvengono nei lavori nostrani come in quelli tradotti. Valentina D’Urbano sa scrivere per davvero e lo fa, a mio giudizio, molto bene. Ed è sempre un piacere rendersi conto di non aver sperperato dei soldi per comprare un libro che sembra scritto da un ragazzino di prima media (oh, sì…ne ho letti molti così, purtroppo).

Per questo penso che questo sia un libro perfetto per l’estate, per svagarvi, per leggere qualcosa che non sia eccessivamente leggero e superficiale ma che abbia una bella morale in un “vestitino” allegro e piacevole.

Tuttavia, come dicevo all’inizio, sotto diversi profili mi aspettavo di più e sono rimasta delusa.

Angelica è un personaggio che suscita stizza piuttosto che comprensione.

Non si riesce a sopportarla. È maleducata, volgare nel modo di parlare e tratta il prossimo con altezzosità e sufficienza.

Capisco che l’introspezione del personaggio volesse rendere il disagio derivato dalla tragedia dell’incidente e dell’essere del tutto sfigurata. Ma Angelica ha 20 anni, frequenta l’Università, è un’adulta. Il suo comportamento potrebbe essere fisiologico a 14 anni, non a quest’età.

Credo che l’anagrafica del personaggio sia stata del tutto sbagliata, probabilmente se lei e Tommaso fossero stati due adolescenti sarebbe stato diverso. Avrebbe provocato nel lettore tenerezza, senso materno o quantomeno di protezione delle sue fragilità.

Invece, purtroppo, risulta soltanto un’isterica che – non essendo riuscita a metabolizzare il dramma vissuto – cerca di colpire gli altri con la stessa violenza e cattiveria con cui la vita ha colpito lei. È un peccato. A fregarla è, decisamente, l’immaturità.

Per altro sapete che io sono una frignona, una che si commuove per tutto, che empatizza anche con i disegni dei libri per bambini. Per arrivare a esprimere questo giudizio, provate a immaginare quanto la protagonista debba essere insopportabile.

Tommaso mi piace di più ma anche lui è piuttosto irritante.

In effetti, la percezione che ho avuto di lui è la stessa che ha Angelica all’inizio della storia:

ma che vuoi?

della serie, mollami oh.

Tommaso è molto dolce, ha una simpatia travolgente e riesce a strappare al lettore tutte le risate che – come si direbbe a Roma – non se magna Angelica.

Ma è invadente come una suocera.

Sta sempre in mezzo, si impiccia di tutto, si comporta come fosse il salvatore delle anime derelitte. E, soprattutto, è il classico tipo che sta sempre peggio degli altri, a prescindere dai reali problemi che gli altri possano avere.

Lui sì che soffre visto che perderà la vista, mica le stupidaggini di Angelica : cosa vuoi che sia avere il 100% del corpo deturpato da una lunga serie di cicatrici, macchie di ustioni e segni, rispetto al fatto di essere bellissimi ma destinati a diventare ciechi?

Questo lo porta a comportarsi con estrema prepotenza anche dal punto di vista affettivo. Non solo va e viene come gli pare senza alcun rispetto per il sacrosanto desiderio degli altri a starsene un po’ in pace in casa propria, ma agisce proprio in preda ad uno spudorato senso di onnipotenza. Pare che tutto gli sia concesso.

Non sono riuscita a immedesimarmi nella sua emotività. 

Il mio più caro amico in assoluto è affetto da una retinopatìa degenerativa molto grave. Ed è la persona più sensibile, delicata ed attenta alla profondità del dolore altrui che io conosca. E lo conosco da tanto, perchè avevamo 14 anni quando ci siamo incontrati. E lo conosco bene perchè ci siamo innamorati e siamo stati insieme per un po’.

Eppure non è mai stato così superficiale, neppure quando avevamo 17 anni.

L’impressione generale è che l’autrice abbia trattato un tema delicatissimo – come l’incontro tra persone con un dramma terribile da affrontare – ma senza avere un valido riscontro nella vita reale su come davvero si comportino coloro che affrontano questo genere di problemi.

In un momento storico come questo, in cui abbiamo più bisogno che mai di eroi positivi, è importante.

Se penso alla difficoltà di una donna totalmente sfigurata, io penso a Lucia Annibali e al suo coraggio, alla sua determinazione, alla sua straordinaria forza. Non a una persona che elabora nella cattiveria e nel livore la propria sofferenza.

Se penso a qualcuno che affronta la propria vita con una spada di Damocle terribile come la cecità a pendere sulla propria testa..io penso ad Alessandro. Agli anni trascorsi insieme, alle chiacchiere stupide e a quelle più serie. Al suo chiamarmi anche a notte fonda quando gli serviva una voce amica. Al suo bussare delicatamente alla porta del mio cuore quando sentiva che una voce amica serviva a me. A me che procedevo verso l’altare e a lui che nonostante un gravissimo, recentissimo lutto – tremendo, devastante per chiunque – non se l’è voluto perdere. Ed era lì.

Alessandro mi ha insegnato che chiunque tu sia, non sei mai la tua malattia. Non sei mai il tuo problema. E non è giusto usarlo contro gli altri.

(Anche se lui tutte ‘ste cose non le sa e forse manco le saprà perchè non credo che mi legga).

E anche se il messaggio tra le righe di questo romanzo è esattamente questo, tutto resta molto finto, molto cervellotico. Quindi no, non sono riuscita a provare un’emozione vera leggendolo.

Non fa parte del mio modo di vedere la vita.

Se dovessi consigliarvelo non lo farei.

 

 

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