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oh ma quando escono i risultati degli esami di maturità?

 – sono usciti i risultati degli esami di maturità?

– Buongiorno, scusi se disturbo, volevo sapere quando escono i risultati degli esami di maturità…

 

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Io me la ricordo così quell’attesa febbrile, quello scorrere rallentato del tempo. Come se tutto il nostro domani dipendesse – ancora – da quei numeri.

I numeri della data, i numeri dei voti. I numeri che nella nostra ingenua visione della vita avrebbero dovuto dire al mondo chi eravamo e chi saremmo diventati.

Io ho fatto stalking disperato alla segretaria della scuola. Le ho telefonato in modo molesto per giorni. Fino a quando mi ha detto

Oggi, Mainì. Oggi.

Escono oggi ‘sti cavolo di risultati.

E poi, va beh, ci ho impiegato 3 ore solo a trovare il coraggio di andare a vedere i quadri, ma questa è un’altra storia.

Gli esami di maturità, per me, sono stati una prova di maturità vera.

Per tutto il liceo non ho fatto altro che una continua competizione per i voti. Non con gli altri. Non mi interessava essere più brava di.

Ero in competizione con me stessa. Spingevo il limite sempre un po’ più avanti, sempre un po’ più in alto. Per vedere dove ero davvero capace di arrivare.

Se prendevo un 8, spingevo per il 9.

Se prendevo un 9, pretendevo un 10.

Poi mi fermavo, ma solo perchè la scala dei voti era finita e le stelline gialle vicino al voto non si danno più a partire dalla prima media, purtroppo. Anche se una bella stellina rosa glitterata vicino a certi dieci l’avrei vista bene.

Per molti anni della mia vita, anche dopo il diploma, è stato molto difficile essere me.

Perchè io non riuscivo mai a godermi la felicità di qualcosa. C’era sempre quel risvolto negativo, quel dettaglio che non mi piaceva.

Se in un compito di greco quasi perfetto riportavo un 8-, non era sull’8 che mi concentravo. Mi fissavo sul meno. Sull’unica imperfezione in rosso su un foglio pulito.

E non aveva alcuna importanza che in greco fossi partita dalla media del 3 o che errori blu, quelli gravi, non ce ne fossero. La mia attenzione andava comunque sul meno, su quel voto pieno che non ero riuscita a raggiungere.

Mi ci sono voluti quasi sei mesi di terapia – molti anni dopo – per capire che questa è sempre stata una costante di me stessa. Che io sono nata geneticamente incapace di apprezzare tutto quello che nella vita sono stata capace di fare. Che per me, la sola cosa che ha sempre contato era tutto quello che non riuscivo ad essere, che non sapevo fare o raggiungere. Quel meno insopportabile che svuotava l’8 della sua interezza.

Non si vive bene, quando si vive così.

Quando il primo hater di te stesso sei tu il minimo, ma veramente il minimo che ti può capitare è di cadere nel burnout prima dei 40, come è successo a me.

Se però ripenso agli esami di maturità ammetto che – nel bel mezzo di una strada erta e tortuosa – un’oasi qualche volta sono riuscita a trovarla. E quei giorni sono ancora, dopo 19 anni, uno dei più bei ricordi della mia adolescenza.

Quante persone possono, in tutta onestà, dire lo stesso?

Ho iniziato la prima prova – quella di italiano – in una condizione disperata.

Il tema di letteratura, che tanto mi ero esercitata a fare negli anni precedenti, riguardava un autore che nel nostro programma non era riuscito a rientrarci (Ungaretti, per la precisione).

Il tema storico, che in teoria avrebbe dovuto essere il mio salvagente, riguardava la nascita e lo sviluppo della democrazia negli stati europei del primo dopoguerra.

Che insomma, è un bellissimo tema e oggi ne farei miracoli, ma noi la critica storica non l’avevamo mai studiata e non è esattamente la traccia che ti aspetti quando conosci a memoria – e intendo dire davvero a memoria – la storia dell’800 e del ‘900.

E quando una come la me di allora si ritrova a non avere accesso alle uniche due tracce alle quali si era preparata per anni, si potrebbe pure pensare che la cosa sia andata a ramengo. Perchè la me di allora si sarebbe appanicata tremendamente e la sua lucidità di sicuro sarebbe andata a ramengo.

Invece ricordo lo scoppio di una risata incontrollata, ma proprio da arrivare alle lacrime, e il ripiego sulla novità di quell’anno: l’articolo di giornale in ambito socio-economico:

Le trasformazioni provocate dai mutamenti sociali degli ultimi decenni nella struttura della famiglia italiana”.

I documenti allegati erano un brano di Golini (profilo demografico della famiglia italiana, in “La famiglia italiana dall’800 ad oggi”, Laterza, Bari 1988), un brano tratto da P.L-B.Berger (la dimensione sociale della vita quotidiana, Il Mulino, Bologna ’87) e un articolo del “Corriere della sera” del 30/3/99.

Ne feci un malinconico appello all’importanza di preservare la salute dei legami importanti in una società che sempre di più tende a spezzare e dividere, invece che curare ed unire.

Il fatto che io oggi sia diventata una delle tanto bistrattate mamme blogger, che anche per colpa del maschilismo di questa società ancora basata su rigidissimi schemi abbia rinunciato alla precedente carriera per trasformarmi in una persona che per vivere (si spera) scrive nel web… non vi fa un po’ ridere? A me un po’ sì.

Ad ogni modo, uscìì dopo il consueto orario ridendo ancora di quanto la vita mi avesse presa per il culo negli anni precedenti. Era una gran lezione per me e ridevo perchè nella disperazione di un momento così cruciale avevo trovato l’animo di scavallarla in maniera ineccepibile.

L’avessi ricordata meglio questa esperienza, negli anni, la mia vita sarebbe stata più facile.

Alla seconda prova scritta, quella di greco, sono arrivata preparatissima e forgiata da mesi di esercitazioni scritte in quella sola materia.

Per una come me, che al triennio ci era arrivata con la media del 2/3 in greco scritto, era stata davvero un’avventura. Ma la maturità del 1999 era la prima con tutte le materie e del greco allo scritto lo avevamo saputo a dicembre.

Data dalla quale la nostra prof. ci faceva tradurre qualcosa come 7 versioni di greco la settimana. Abbiamo consumato una quantità di libri di versioni da far impallidire Aristotele. Una profusione di scritti che a confronto gli Εργα καί Ημέράί di Esiodo erano un riassuntino veloce.

Ciò servì, perchè il testo che ci fu somministrato in sede di esame (Zeus si lamenta del suo lavoro, di Luciano) noi lo avevamo già tradotto.

Peccato che io fossi talmente rincoglionita da essere arrivata a scuola, nel giorno della prova di greco, senza gli occhiali. Non vedevo una fava. A malapena tenevo la penna sul foglio.

Dovetti aspettare che mia madre tornasse indietro e me li riportasse. Il che chiaramente avrebbe gettato la me di allora nel panico, perchè ancora non avevo realizzato che la versione l’avessimo già affrontata. Invece, in modo estremamente pacato e zen mi dissi che – evidentemente – qualcuno ai piani alti ce l’aveva proprio con me.

E aspettai pazientemente, nel panico generale che solitamente Luciano crea negli studenti, non essendo un autore propriamente facile da tradurre in quanto scrive fondamentalmente per modi di dire, che devi afferrare di concetto e riportare al testo scritto.

Una volta inforcati gli occhiali, mi sentìì quasi commossa. Alzai lo sguardo verso la nostra insegnante di greco, che era membro interno, con una gratitudine senza misura. Tutte le imprecazioni rivoltele durante quelle interminabili sessioni di traduzione, tutte le maledizioni per quei meno di fianco all’8, tutto quello sporcare di rosso un foglio altrimenti perfetto, tutto aveva trovato il proprio senso.

E il senso fu tradurre la versione di greco della maturità senza neppure aprire il vocabolario e potendo anche segnalare agli altri malcapitati studenti che il Ministero – operando dei tagli per brevità – si era dimenticato di mettere la punteggiatura, per cui i periodi risultavano attaccati a casaccio con frasi contenenti più soggetti e più predicati verbali.

Se mi avessero dato un milione di opportunità per immaginare il mio esame, io non lo avrei mai pensato così. Allegro, spensierato, divertente, intriso di risate e comica rassegnazione. Non avevo più paura, non faceva più paura.

Oddio, non posso dire che la mattina dell’orale io fossi tranquillissima eh.

Dopo una terza prova andata tutto sommato dignitosamente, mi sono presentata nel mio giorno con una dose di ansia da manuale, di un colorito tra il bianchino e il verdiccio.

Ricordo per certo di aver avuto un crollo emotivo il giorno precedente, perchè ero andata a vedere l’orale di una mia cara amica e mi ero accorta di non saper rispondere ad alcune domande.

Che, insomma, nel ventaglio delle possibilità della vita ci sta, chi è che sa rispondere sempre a tutte le domande? A parte un computer e il grande Gioacchino, mio geniale compagno di studi, penso proprio nessuno.

E anche lì, invece di tenere il conto di tutte quelle alle quali avrei invece risposto brillantemente, io andai in frantumi per due domande del ca**o su Agostino Depretis (e come vedete ancora me lo ricordo).

Ma quando arrivò il giorno dopo, era tutto diverso.

Ero spaventata al punto che non riuscivo a tenere la penna per firmare e la prof. di greco dovette aiutarmi a farlo, ma ero lì con tutto quello che ero e che avevo potuto fare. E lo sapevo.

Per cui, acchiappata la prima domanda, l’ora seguente corse via velocissima.

Di quell’emozione forte – provata mentre mi alzavo e mi voltavo verso le persone che assistevano e che avrei riprovato identica almeno altre due volte nella vita, alla laurea e all’esame di abilitazione per la professione – ricordo fondamentalmente che respiravo felicità.

Ero ebbra, di un misto di gioia e soddisfazione per quello che avevo saputo fare.

E non mi riferisco alla prova di esame in sè, ma alla consapevolezza che avevo appena sfangato una delle esperienze più significative della vita – destinata ad essere ricordata negli anni a venire (e infatti) – con il sorriso, la gioia, divertendomi nonostante quel pugnetto di ansia che non ero riuscita a trattenere.

Ero, per la prima volta in 5 anni di liceo, veramente fiera di me stessa.

Per la prima volta quello che ero, quello che avevo fatto, mi piaceva e mi bastava.

In quel momento non mi importava neppure del voto.

Perchè scendendo la scalinata anteriore dell’istituto, un liceo classico di struttura neofascista con la caratteristica scalinata sul davanti, mi voltai a guardare quella muratura e quelle finestre che per anni avevano rappresentato una fonte tremenda di ansia, stanchezza e terrore, ritrovandomi a pensare che non faceva più paura.

Fu come attraversare 5 anni in un secondo e sentire il movimento della crescita sulla pelle, nelle ossa e nel cuore.

E poi, sì, certo, ho fatto stalking alla povera segretaria per sapere quando sarebbero usciti i maledetti risultati degli esami di maturità.

Ma su questo direi che possiamo serenamente sorvolare*.

*In fondo, si chiamano esami di maturità, mica esami di totale abbandono di ogni pippa mentale possibile.

 

 

 

2 thoughts on “I risultati degli esami di maturità”

  1. Che bellissimo momento amarcord 🙂
    E che bello, che tu conservi un ricordo così intenso e ricco della tua maturità classica!
    Io della mia, col senno di poi, conservo il ricordo della sorpresa che mi fece il mio “boyfriend” di allora, che si presentò ad asssitere ai miei orali a mia insaputa sparandosi un mega viaggio in motorino.
    Sai, quel ragazzo biondo divenne il mio migliore amico sino alla maledetta estate del 2015, quando una curva troppo stretta, o troppo larga, chissà, se lo portò via in una luminosa mattinata di agosto. Perciò ora, ripensando alla mia maturità, il ricordo del suo sorriso aperto cancella un po’ tutti gli altri lasciandomi addosso un velo – diciamo pure: una spessa coltre – di amarezza e malinconia 🙁

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