Praticate gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso

Avete mai sentito questa espressione?

È di Anne Herbert, nota scrittrice californiana.

La prima volta che l’ho letta mi sono chiesta cosa significasse. Era totalmente decontestualizzata e non riuscivo ad afferrarne l’utilità.

Poi ho capito che rientrava in una più ampia filosofia di vita, secondo la quale l’attenzione e la gentilezza verso il prossimo sono il primo fattore essenziale per migliorare la qualità della nostra esistenza. E quella di chi ci è vicino, ovviamente.

L’università di Harvard ne ha fatto uno studio molto interessante nell’ambito del progetto Making caring Common, avviato per aiutare gli educatori, i genitori e le comunità di cui essi fanno parte a crescere bambini attenti alle esigenze altrui, responsabili nei confronti della comunità di appartenenza e rispettosi della giustizia.

Nello stesso periodo della mia vita ho letto Wonder.

Qui trovate il mio articolo su questo libro splendido.

Ho iniziato, quindi, a documentarmi sui metodi educativi basati su questo modello comportamentale, di conseguenza a studiare perchè essere gentile con i bambini è importante e come avrei dovuto modificare il mio metodo educativo per renderlo veramente efficace.

E quello che ho scoperto mi ha sorpresa moltissimo.

1 – La Harvard Graduate school of education e il progetto Making Caring Common

Sì, lo so. Pensate che sia assurdo che un’Università debba dirvi come si educano i vostri figli. E lungi da me l’intenzione di suggerirvi che lo state facendo male.

Però ecco, Harvard non è esattamente l’ultimo centro di recupero scolastico del pianeta e il progetto di cui voglio parlarvi è stato messo in piedi dalla school of education, che è l’equivalente delle nostre facoltà di scienze dell’educazione e della formazione. In termini di autorevolezza conta qualcosa, insomma.

Ebbene, gli studiosi di Harvard sono partiti da un concetto basilare che ormai appartiene a tutte le comunità di educatori del mondo: i bambini imparano a mettere in atto gli stessi schemi comportamentali che vengono utilizzati nei loro confronti. 

Quando i nostri figli si sentono protetti e amati il loro attaccamento nei nostri confronti si consolida e li rende maggiormente recettivi ai nostri insegnamenti.

Lo fanno inconsapevolmente, senza alcun tipo di giudizio morale, perchè per loro ciò che rientra nella normale relazione con i genitori è lo schema comportamentale, per eccellenza.

Tutto il sistema di apprendimento dei bambini è basato su questo concetto. Imparano a parlare nello stesso modo in cui sentono parlare i loro cari; imparano a mangiare (salvo i gusti personali, sacrosanti) le cose che vedono mangiare ai loro cari. E quindi, allo stesso modo, imparano a replicare nelle relazioni individuali le modalità di comportamento alle quali sono abituati.

È per questo motivo che l’esempio che diamo loro diventa fondamentale.

Avete mai notato che non c’è modo di insegnare a un bambino a non dire brutte parole se poi si è i primi a dirle?

Non mi riferisco solo alle parolacce, che comunque sono un gran problema visto che oramai sono state sdoganate e fanno ampiamente parte del linguaggio di molti. Mi riferisco anche a quelle parole e locuzioni che non sono normalmente percepite come turpiloquio (come ad esempio “stupido” o “non capisci niente” ecc.) ma che sono fortemente svalutanti e dispregiative.

Se nella quotidianità dei nostri rimproveri abituiamo i figli a sentirci pronunciare queste parole, gli effetti negativi saranno fondamentalmente due:

  • crederanno a quello che stiamo dicendo, perchè siamo noi a dirlo e pertanto si convinceranno di essere stupidi e non capire niente;
  • tenderanno ad assorbire quella modalità comportamentale come adatta a gestire il rimprovero verso gli altri e la replicheranno, e questo accadrà perchè l’avranno appresa da quella che considerano una fonte qualificata: i loro genitori (o chi ne fa le veci).

Nel primo caso avremo contribuito fortemente a condizionare un forte senso di inferiorità e una considerevole mancanza di autostima; nel secondo saremo responsabili di aver creato un modello di comportamento scorretto che si replicherà nel tempo.

Molti pensano che gli effetti di questi errori vengano mitigati dalla crescita, perchè crescendo i bambini imparano “a capire che non si fa“. Ma non dobbiamo commettere l’errore di pensare che i bambini si autoeduchino, che comprendano da soli dal niente che un comportamento che vedono attuato da noi è sbagliato e che lo evitino.

È una nostra precisa responsabilità fornire loro l’esempio giusto e accertarci che lo mettano in atto nel tempo.

Ma come fare?

Secondo gli studiosi di Harvard la gentilezza, l’empatia e la cura amorevole verso il bambino sono il primo passo per crescere figli gentili, empatici nei confronti del prossimo e rispettosi delle esigenze degli altri, oltre che delle proprie.

Questo assunto è alla base del progetto Making Caring Common, diretto dal Rettore Dott. Richard Weissbourd, psicologo, e condotto con la precisa finalità di implementare una rete di sostegno educazionale per i genitori, gli educatori e tutte le persone che si accostano all’educare un bambino.

gentilezza

2 – Lo Studio: come adottare un metodo educativo che insegni la gentilezza, l’empatia ed il rispetto delle esigenze degli altri

Da tutto quello che vi ho detto fin’ora si comprende che il primo step, quello che presuppone la buona riuscita di tutto il progetto, consiste nell’arricchire e valorizzare il più possibile la relazione affettiva con i nostri bambini.

Più un bambino si sente amato, apprezzato, accettato e più sarà in grado di percepire positivamente il sistema di valori che intendiamo insegnargli.

Vi state chiedendo come arrivare a questo risultato? Tranquilli, gli psicologi educativi di Harvard hanno realizzato una sorta di prontuario con i consigli più importanti.

2.1: pianificare tempo di qualità da trascorrere insieme.

Oggi come oggi siamo tutti pieni di impegni e in questo contesto sociale trovare del tempo di qualità da trascorrere insieme è diventata impresa ardua.

La buona notizia è che la qualità del tempo non è data necessariamente dalla quantità. Trascorrere tempo di qualità con i figli non significa avere ore a disposizione da trascorrere con loro, ma ricavarsi uno spazietto nel quale tutta la nostra attenzione sia concentrata su di loro e sull’intimità affettiva creata con loro.

Per esempio, io ed Edoardo leggiamo prima di addormentarci. Ci rannicchiamo uno vicino all’altro e leggiamo insieme una storia scelta da lui, che il giorno dopo potrebbe anche essere argomento di conversazione mentre lo accompagno all’asilo.

Papà Teo, invece, ha collocato il suo tempo con Eddy al momento del rientro dal lavoro: Edoardo lo aspetta festoso per giocare insieme e mentre io cucino o lavoro (o mi riposo) loro due giocano insieme chiacchierando delle rispettive giornate.

Il tutto può durare ore o anche solo mezz’ora, siete voi a deciderlo. Ma è importante, perchè rafforza l’unità affettiva e facilita la condivisione dei valori che vogliamo insegnare ai bambini.

2.2: Sostenere conversazioni interessanti.

Certo, questo è un suggerimento che va parametrato all’età: difficilmente potremo discutere con i nostri figli dell’etica aristotelica, perlomeno finchè non frequenteranno il liceo.

Ma su questo punto gli studiosi di Harvard si concentrano molto.

Parlare con i figli è importante per consolidare la relazione e renderli partecipi del fatto che ci interessa il loro punto di vista, il loro pensiero, il loro sentire. Un bambino che si sente ascoltato è un bambino che tende ad ascoltare maggiormente e che sarà portato ad essere più disponibile all’ascolto dei suoi coetanei.

Anche in questo caso ci sono dei suggerimenti specifici. Sarebbe bene porre ai bambini domande di questo tenore:

Qual è stata la parte migliore della tua giornata? E la parte peggiore?

Hai fatto qualcosa che ti ha fatto sentire bene?

Qualcuno ha fatto qualcosa di carino per te oggi? E tu hai fatto qualcosa di carino per qualcuno?

Hai imparato qualcosa di nuovo, a scuola o fuori da scuola?

Questo genere di domande è importante perchè stimola il bambino ad esternare i propri pensieri e punti di vista, a riflettere sulla modalità di relazione degli altri nei suoi confronti e sulla propria nei confronti degli altri e, ancora, a creare un dialogo educativo con il proprio genitore sugli avvenimenti della sua giornata.

3 – Date il buon esempio

questo è veramente il fulcro del processo educativo, secondo me.

Non possiamo pensare di predicare bene e razzolare male. Forse molti sono convinti che il proverbio che dice

ognuno ha i figli che si merita

dica il falso.

Io non so se il proverbio menta, quello che so è che ognuno ha i figli che ha cresciuto, nel bene e nel male.

Il che non significa che se un giorno vostro figlio diventa un killer sociopatico la responsabilità sia necessariamente vostra come genitore, eh, non fraintendiamoci.

Ma significa certamente che se mostro a mio figlio un comportamento egoista, irrispettoso dei bisogni degli altri, maleducato ed insensibile, non posso certo aspettarmi che lui impari da solo ad essere diverso.

Su questo punto Harvard è inflessibile:

Fate molta attenzione a comportarvi in modo onesto, equo, a mostrare come vi prendete cura di voi stessi, a creare metodi di risoluzione dei conflitti che siano pacifici e a gestire la rabbia – o le altre emozioni difficili da affrontare – in maniera efficace.

E qui scatta automatico il pensiero: “e poi? una fetta de chiappa panata non ce l’aggiungi?”.

Nessuno è perfetto, questo lo sappiamo . Ed è giusto che lo sappiano anche i bambini. Il succo del discorso è proprio questo.

È inutile mostrarsi come Santi immuni dal peccato: l’errore è dietro l’angolo e fingersi perfetti non farebbe che accrescere la lontananza da noi dei nostri figli ed il loro senso di inadeguatezza di fronte a uno sbaglio.

È importante, invece, lavorare sulla nostra e sulla loro capacità di imparare dagli errori commessi. Che è un principio che io ammiro moltissimo, per esempio nel metodo Montessori: autodiagnosi e autocorrezione dell’errore.

Per riuscire in questo arduo compito è molto importante mantenersi umili ed essere onesti, con se stessi e con i propri figli.

Imparare a parlare con loro dei propri errori, delle ragioni che li hanno causati, delle conseguenze ed anche dei metodi attraverso i quali si ritiene di evitare di ripeterli in futuro è il modo migliore per insegnare che sbagliare è possibile.

Ma è possibile anche razionalizzare lo sbaglio, trarne un insegnamento e andare avanti ricavandone un elemento utile alla propria vita e non facendone un ostacolo o una negatività insuperabile.

3.1: Imparate a chiedere scusa

Molti genitori sono convinti che quando si commette uno sbaglio nei confronti di un figlio chiedere scusa sia controproducente, perchè potrebbe creare confusione o far incrinare “l’autorità” che abbiamo nei loro confronti.

Niente di più sbagliato amici.

Se commettiamo uno sbaglio i nostri figli lo sanno. Anche se siamo i loro genitori, loro sono perfettamente in grado di riconoscere un comportamento sbagliato, soprattutto se l’errore che commettiamo è un comportamento contrario ai valori che cerchiamo di insegnare loro ogni giorno.

Se, per esempio, ci sforziamo di far capire che non bisogna prendere in giro il prossimo e poi ci sentono fare un commento dispregiativo su qualcuno, loro lo sanno che abbiamo sbagliato.

I più sfacciati, come mio figlio, ce lo faranno anche notare.

Riconoscere l’errore e scusarsi è di importanza fondamentale perchè se non lo facessimo rischieremmo di confonderli e di incrinare il rapporto fiduciario che è alla base del loro apprendimento.

Lo stesso discorso vale se li sgridassimo per qualcosa che non hanno fatto o – purtroppo capita – se li schiaffeggiassimo .

Essere umili, saper riconoscere di essersi sbagliati e chiedere scusa è il modo migliore per insegnare che tutti possono sbagliare, anche mamma e papà, e per fare in modo che imparino a loro volta a riconoscere i propri errori e scusarsi senza arroccarsi dietro posizioni di orgoglio.

3.2: Insegnate che il rispetto degli altri è una priorità

Soprattutto oggi, che siamo sopraffatti dai social, dai media, dalla politica irrispettosa della democrazia, diventa importante fissare uno standard etico che dica chiaramente ai nostri figli: non puoi fare come ti pare, il rispetto degli altri è una priorità.

Come ci si arriva? Semplice, responsabilizzandoli.

Spingere i figli a rispettare i propri impegni, educarli all’attenzione per i bisogni della comunità, impegnarli in piccoli compiti di utilità comune che insegnino loro che non esiste solo la dimensione privata e familiare della vita. Spiegare chiaramente che la relazione con le altre persone è fondamentale per la crescita e per una vita felice e che essa può basarsi solo sul reciproco rispetto e sull’ascolto. Sulla disponibilità ad aiutare gli altri secondo le proprie possibilità.

Insegnare che le regole esistono per assicurare una felice condivisione della società per tutti e non solo per i più furbi e i prepotenti.

E soprattutto, insistere affinchè rispettino le regole e le responsabilità anche se gli altri non lo fanno.

Non bisogna avere paura di spiegare ai nostri bambini quanto alcuni atteggiamenti che vediamo ogni giorno siano maleducati e sbagliati.

Se passeggiando nel parco vediamo qualcuno che non raccoglie i bisogni del proprio cane, dobbiamo spiegare chiaramente che quel comportamento è maleducato. Che è irrispettoso delle altre persone perchè non è giusto che siano costrette a camminare in mezzo alla pupù del cane di un cafone.

Non è pedanteria, non è polemica e neppure voler fare i maestrini: è civiltà.

È insegnare ai figli che certe cose non si fanno, punto. E spronarli a rispettare la civile convivenza anche se purtroppo i maleducati esistono.

Altrimenti il rischio è che pensino che quello che diciamo loro non ha valore, se poi vedono che non viene rispettato e noi non diciamo nulla.

Impariamo a dire ai nostri figli che è importante che siano educati e gentili, oltre che felici.

Io ci penso spesso.

Quando Edoardo è nato, il primo impulso che ho avuto è stato di ripetergli continuamente che l’unica cosa che conta per me è che lui diventi una persona felice.

Laureato, non laureto, professionista, operaio, eterosessuale, omosessuale, sposato, celibe: non mi importa. L’unica cosa che conta è che lavori per diventare una persona felice.

Ma crescendo come madre ho capito che non basta.

Perchè difficilmente la felicità può nascere nel rancore, nella rabbia e nel menefreghismo degli altri.

Allora ho iniziato a dirgli che per me la sola cosa che conti è che sia gentile e felice. E che la gentilezza è già la migliore base della felicità perché quando si è gentili con gli altri ci si sente meglio. Ci si sente bene.

gentilezza

Letto questo vademecum, onestamente io mi sono sentita messa molto sotto esame.

Ma dopo lo sbandamento iniziale devo ammettere che molti di questi consigli li ho trovati molto utili, alcuni li mettevo perfino in pratica già prima e senza nemmeno saperlo.

Vi interessa dare un’occhiata al progetto Making Care Common? Vi linko il sito della Harvard graduated school of Education.

Qualora, invece, voleste leggere qualcosa riguardo questa tematica vi segnalo un libro che mi è piaciuto molto e di cui vi parlerò presto:


Se questo articolo su come educare alla gentilezza vi è piaciuto condividetelo e tenetevi in contatto: ne arriveranno altri a breve.

chiara

 

 

 

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