gravidanza

Conosciamo tutte la nota pubblicazione statunitense Cosa aspettarsi quando si aspetta, firmata da Murkoff e Mazel? Si tratta della Bibbia della donna gravida, un vademecum dettagliato di tutto quello che succederà al vostro corpo nei nove mesi dell’attesa, esaminato in chiave scientifica.

Io l’ho acquistato la settimana successiva alla scoperta della gravidanza e l’ho sfogliato fino a consumarlo. Peccato che – come sempre accade a noi cultori del #mainagioia – la mia gravidanza sia stata una miscellanea di tutti i drammi possibili e immaginabili.

Roba che Murkoff e Mazel nemmeno in quattordici vite avrebbe pensato che potesse succedere tutto a una sola persona.

Qualche settimana fa, ho condiviso un post nel quale esprimevo il mio pensiero circa l’omertà che aleggia sulle esperienze di gravidanza e maternità, sul fatto che solitamente il dibattito a tema ondeggi tra ritratti smielati e resoconti apocalittici. Nessuno dei quali rende davvero giustizia a quella che possiamo definire senza timore di smentita l’esperienza più significativa della vita:

Le mamme blogger e le verità non dette

Vi avevo anche già raccontato la mia disavventura col diabete gestazionale, che mi ha portato – il giorno del parto – ad ondeggiare verso la sala operatoria con lo stesso elegante incedere dell’omino Michelin e le chiappe al vento, lasciate scoperte da una camiciola chirurgica concepita decisamente male per noi donne abbondanti:

In gravidanza ho preso 30 chili (e poi li ho persi tutti)

Anzi, a riguardo di quest’ultimo dettaglio vorrei lanciare un appello alla mia amica Chiara Ferragni:

dear Chiara, I know that you are fichissima e magra e che when you hai partorito Leone eri a very thin acciuga with a panza like the mine when a Natale I eat lasagna, but however can you do something per disegnare delle camiciole operatorie that are good to coprire our chiappe while partoriamo? Because it is very umiliante to have la bernarda di fuori and also our ass that is bellamente al vento in front of tutti. Please Chiara, be our paladine: do new camiciole for us and all women that are not acciughe like you but more like the violet cow Milka.

So che sarete tutte d’accordo con me a riguardo e speriamo che Chiara faccia come L’agnello di Dio, figlio del Padre, ed accolga la nostra supplica.

Anyway, il tema di questo post è un altro.

Oggi voglio infatti inaugurare la serie di post con i quali avevo promesso di raccontarvi la mia gravidanza e la mia maternità – quantomeno i fatti salienti – con la maggiore obiettività possibile. Raccontandovi con un po’ di humour e tanta sincerità quello che è successo a me e che dovreste – e potreste – aspettarvi anche voi.

Cosa aspettarsi quando si aspetta: a volte l’unico che capisce che sei incinta è il tuo gatto.

Quando sono rimasta incinta io è stato un mezzo miracolo.

Non come Maria, che non conosceva uomo. Io sono rimasta incinta dopo più di un anno di assenza di un regolare ciclo ovulatorio. Il mio corpo non ovulava e col ginecologo si era stabilito da un po’ di procedere all’assunzione di alcuni farmaci ormonali per indurre la stimolazione.

Poi, il verificarsi di alcuni avvenimenti familiari piuttosto gravi, ci aveva indotto a rimandare il progetto e si era deciso quindi di rinviare anche l’assunzione dei farmaci.

All’improvviso, e senza comunicarmi niente, il mio corpo ha deciso di riprendere a funzionare da solo e sono rimasta incinta prima ancora che dalla prima ovulazione avessi un ciclo completo. In sostanza sono passata da una situazione di amenorrea per ragioni ormonali ad una amenorrea gravidica.

Il commento del mio ginecologo, molto più tardi, sarebbe stato:

quando ci mette le mani il Padreterno non c’è niente da fare

Come mi sono accorta di essere incinta?

Partita in sordina, la gravidanza è rimasta silente per qualche settimana, senza che io avessi alcun sintomo.

Ad un certo punto, però, è capitato che dovessi affrontare un viaggio in treno e – con mia enorme sorpresa – sono stata colpita da una nausea letteralmente invalidante, che non mi permetteva nemmeno di stare seduta tranquilla al mio posto.

Ricordo bene che ho dovuto chiamare il Marito e chiedergli di venirmi a prendere diverse fermate prima della destinazione perchè non riuscivo a reggermi in piedi.

Lì qualche dubbio ci colse: non mi era mai successo e comunque, facendo affidamento sulla mia accertata condizione di transitoria sterilità ormonale, non ci eravamo posti il problema di evitare rapporti non protetti.

Il test fu immediatamente positivo, di quelli che non si possono fraintendere.

Nel timore di dovermi cimentare in complicate attività ermeneutico-interpretative di linee rosa o azzurre più o meno marcate, mi ero decisa ad acquistare il famoso test digitale che non solo ti dice se sei incinta ma anche da quante settimane (e se leggi il foglietto illustrativo ti dice pure chi è il padre).

La notizia fu ovviamente accolta con salti di gioia della sottoscritta e salti di diversa natura del Marito che – colpito dallo shock – ebbe necessità di sdraiarsi sul divano a razionalizzare l’accaduto (grattandosi la testa con perplessità. In seguito avrebbe dichiarato di aver abbozzato immediatamente ma su come andarono realmente i fatti vige ancora dibattito tra i testimoni).

Ora, se io fossi una persona normale quanto sin qui esposto sarebbe sufficiente a farsi una risata e contemplare il paradigma dell’assurdo nella sua bellissima vastità.

Ma siccome io non sono una persona normale e non mi succedono cose normali, quella notte accadde l’impossibile.

E adesso ve lo racconto.

Fase 1: il risveglio

Mi ero addormentata presto, felice e beata nella mia condizione di futura mamma. Intorno a mezzanotte mi sono svegliata con dei lievi dolori e sono andata in bagno dove, in preda a un capogiro che la peggiore sbronza della vita a confronto è una pivella, mi sono accartocciata su me stessa con delle fitte lancinanti.

Per pura fortuna sono riuscita ad arrivare alla corda della doccia, suonando disperatamente l’allarme e svegliando il Marito. Che – poveraccio – a parte l’infarto di trovarmi distesa e boccheggiante sul pavimento, altro non ha potuto fare se non portarmi al pronto soccorso ginecologico del più vicino Ospedale.

La scena si è svolta, più o meno, con me che descrivevo il dolore respirando a malapena, precisavo di essere incinta alla sesta settimana e che mi sentivo letteralmente morire.

DATEME QUALCOSA era intercalare ripetuto in loop ogni 4 parole e 2 virgole.

Si eseguì stick urine: esito negativo.

(Sono perplessa).

Si eseguì ECOGRAFIA TRANSVAGINALE: esito negativo.

(sono ancora più perplessa)

Mi venne detto, con contrizione, che purtroppo a volte capitano i falsi positivi e in realtà non ero incinta. Probabilmente il mio problema era di natura intestinale (?!?) e mi si consigliava di andare a casa e riposare, prendendo della tachipirina all’occorrenza.

Sconsolata, ferita, delusa, intorno alle due di notte tornavo a casa, prendevo una tachipirina e mi mettevo a letto. Per piangere – mi dissi – ci sarà tempo domani.

Fase 2: la seconda corsa in Ospedale

Credete che io sia riuscita a dormire ?

Qualche ora dopo mi sono svegliata in un bagno di sudore in preda a un dolore che – se avesse risolto qualcosa – mi sarei venduta i reni.

Il Marito, stanco, preoccupato e sconvolto, mi ha caricata in auto sudata e urlante, diretto a tutta velocità verso il Pronto Soccorso ordinario.

Giustamente pensava “se non sei incinta è inutile che ti porto al ginecologico”.

Giunti lì urlando come se i reni me li avessero strappati a morsi, arrivava tutto trafelato il medico di guardia notturno che – vedendo dove mi tenevo le mani, sentendo il livello delle mie urla e provando a toccarmi l’addome con scarsi risultati – mi disse:

Signora, io la mando al ginecologico perchè la sede e l’entità del dolore mi fanno pensare ad un problema ginecologico

Ingenuamente Marito rispondeva che proprio da lì giungevamo, qualche ora prima, e che nonostante il test positivo ci avevano dimessi con una diagnosi di problemi intestinali non meglio specificati.

Il saggio dottore disponeva il trasferimento al P.S. ginecologico, ribadendo la sua convinzione che l’attinenza del problema fosse di tale natura.

Dentro di me pensavo:

mortacci vostri fate come ve pare ma nel frattempo un buscopan, un toradol, na fucilata de oppio me li volete da’?!

Ma invece no, soffrivo abbestia e ricominciavo da capo la passeggiata al ginecologico.

Altro giro, altra corsa.

Stick urine? negativo

Ecografia transvaginale? negativa, non evidenza di camera gestazionale in utero.

Signora, lei non è incinta, riconfermiamo la diagnosi di ore fa. In utero non si evidenzia nulla.

E lì io, che ancora mi contorcevo di dolore e in tutto ciò erano passate quasi 5 ore dal risveglio traumatico, sbottavo dicendo:

Ma santa pazienza, possibile che continuiate a dirmi cosa non sono e non siate capaci di dirmi che diavolo ho, che sto qui a contorcermi come Satana annaffiato di acqua santa?! e datemi qualcosa, per la misericordia di DIo!

Considerata l’implorazione un filino melodrammatica, mi concessero un pidocchioso buscopan in pastiglia, che ottenne l’unico risultato di impastarmi la bocca e rincoglionirmi, facendomi pure venire una sete da cavallo.

Al solo ventilar l’ipotesi di dimissione evidenziai che forse, MAGARI, se prima di dimettermi mi avessero fatto un prelievo di sangue per rilevare la presenza di BetaHcg, avremmo potuto escludere che quello che non stava in utero non fosse neppure da altre parti, tipo le tube.

Sai mai che me ne esplodesse una e poi mi dicessero che era colpa dell’intestino.

Risposta:

Guardi se vuole per tranquillità lo possiamo pure fare ma io faccio la ginecologa da dieci anni e le dico che lei non è incinta.

Simpatica eh.

Seguì prelievo e mi abbandonarono per tipo 4 ore in un angolo di una specie di sala travaglio, dove oltre ai miei dolori mi sorbivo pure quelli di due poverette arrivate nel frattempo per sgravare. Loro almeno a un certo punto smetteranno di soffrire, pensavo.

Dopo un’inifinità di tempo tornava un altro ginecologo – diverso a causa della variazione di turno giacchè nel frattempo s’era fatto giorno da un pezzo – e mi comunicava con l’umanità di un’orca incazzata che sì, ERO incinta ma siccome le Beta erano molto basse avevo sicuramente avuto un aborto.

“Senza una goccia di sangue?” chiedevo, timidamente.

Può succedere, rispondeva.

A pezzi, per nulla consolata dal fatto che non ero pazza e non avevo problemi intestinali ma ero incinta sul serio, tornavo a casa insieme a Marito e trascorrevo i quattro giorni più tristi della mia esistenza, piangendo il mio bambino che non sarebbe mai nato.

Per poi scoprire, il quinto giorno successivo, in occasione del prelievo di sangue di controllo, che le beta erano passate da 45 a 2807, e poi salite ancora a 12000 la settimana dopo, culminando nello sfarfallìo emozionante del suo cuore che finalmente prese a battere.

Era il lontano 28 maggio del 2012.

Conservo tutt’oggi il verbale di dimissione che certifica il mio aborto alla sesta settimana.

Edoardo compirà sei anni a gennaio e la sola cosa che faccia veramente ridere – in questa storia  – è che l’unico che in quei tristi giorni  aveva capito che ero davvero incinta era il mio gatto: che mi dormiva addosso senza muoversi mai e continuava a leccarmi la pancia.

E io, ad oggi, ancora non conosco il motivo di quei dolori lancinanti.

Iniziava così la nostra avventura!

Chiara Mainini Administrator

Ciao, mi chiamo Chiara Mainini, mi sono laureata a pieni voti in Giurisprudenza a 23 anni e ho esercitato per dodici la professione di Avvocato penalista. Oggi ho cambiato rotta, dopo un master in web marketing e scrittura per la rete lavoro come web editor freelance: creo contenuti per il mio blog ed altri siti che si occupano di maternità.

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