Oggi sono in vena di passeggiate sul viale dei ricordi.

Sarà che mio figlio è andato in gita, la sua prima gita . Che quasi mi viene da piangere al pensiero che in men che non si dica avrà una fidanzata e un lavoro. Sarà che io sono una persona ossessionata dal tempo che passa.

Sarà quel che sarà, io stamattina ho ripensato a una cosa che trovo ancora ridicola dopo più di vent’anni: io non sapevo fare i temi.

O, perlomeno, questa era l’opinione delle due professoresse di Lettere che ho avuto alle superiori.

Ma andiamo con ordine.

Sono sempre stata una bambina appassionata alla scrittura e dotata di molta fantasia. Nella mia famiglia si annovera agli annali un mio racconto, scritto all’età di otto anni, i cui protagonisti erano il mio zaino scolastico e quello di mia sorella.

I due, tristemente reclusi nell’armadio durante tutto il periodo estivo, si scambiavano memorie e speranze per l’avvenire.

A otto anni, la faccenda faceva ben deporre per una certa predisposizione alla narrativa. Soprattutto ove si consideri che il lavoro non era spontaneo e che si trattava di un compito assegnato nei seguenti termini:

“racconto di un pomeriggio d’estate”

Tutti i miei compagni avevano diligentemente elaborato un ricordo. Io, invece, avevo elaborato un racconto.

Col trascorrere degli anni il talento narrativo si è raffinato e ha indotto la mia insegnante di Lettere della scuola media a suggerire velatamente a mia madre che forse gli studi classici sarebbero stati più adatti a me rispetto al prescelto Liceo Scientifico:

Signora, ma quale liceo scientifico?! Sua figlia deve fare il classico. Ma lo sa che all’ultimo compito in classe di italiano mi ha fatto un parallelismo tra il pessimismo di Foscolo e quello di Leopardi? in terza media!

E capirete: i miei non aspettavano altro che qualcuno li precettasse a spedirmi al Classico, strada già intrapresa da mia sorella prima di me.

Tuttavia, proprio come nei migliori scritti dei due Illustri poeti citati, con il Ginnasio arrivò l’era della disillusione.

In principio fu la Tari.

Non la tassa eh: la professoressa di Lettere, storia e geografia del Ginnasio.

Una bravissima professoressa, intendiamoci.

Era molto preparata, molto precisa. Una di quelle docenti che ci tengono ad insegnarti bene la grammatica, la sintassi, la costruzione del periodo.

Metodica, severa, difficilmente ti faceva un sorriso. E quando doveva decidere chi interrogare si impugnava il mento con la mano sinistra e faceva scorrere su e giù la montblanc sul registro, guardandoci di traverso da sotto gli occhiali per individuare un movimento, anche solo un respiro rivelatore di impreparazione.

Non volava una mosca: le ore con la Tari erano una strage degli innocenti.

E siccome insegnava ben tre materie e quindi era, numericamente parlando, la docente che vedevo di più insieme a quella di latino e greco, ovviamente mi odiava.

Non poteva sopportarmi.

Con lei io avevo sistematicamente 6, sia allo scritto che all’orale.

Sua figlia scrive come parla e questo non va bene. La scrittura non è come il colloquio.

Ho impiegato tanto tempo a capire cosa intendesse e – per carità – riconosco che avesse ragione. Solo che non riuscivo a comprendere come mai mi punisse così severamente senza dirmi veramente mai cosa potessi modificare per migliorare.

Eppure parlavo in modo molto corretto. Mia madre mi ha sempre stimolata a parlare bene, evitando il dialetto che tende a confluire involontariamente nella scrittura anche solo a livello di pronuncia.

Non ero insomma la scolara che scrive “penzo” solo perché nel nostro dialetto la s suona come una z.

Tuttavia non c’era niente da fare. Ogni volta che ci riportava un compito in classe corretto e proclamava i voti, io ero Mainini col solito 6.

E dire che i temi che ci assegnava erano stimolanti da morire. Una volta arrivò con un unico titolo, senza possibilità di alternativa:

L’uomo non è un’isola

gettando nel panico l’intera classe che non sapeva dove mettere penna. Quella volta presi 6 e mezzo perché fui una dei pochi ad azzeccare quantomeno la tematica, con una triste riflessione sulla natura umana.

Il passaggio al liceo non mi ha vista migliorare, purtroppo. A dicembre del primo liceo (il terzo anno superiore, per i non addetti agli studi classici) meditavo seriamente di cambiare scuola.

La professoressa era cambiata e avevamo una nuova docente molto più mite caratterialmente. Una che non ti terrorizzava facendoti tremare le gambe, quantomeno.

Quell’anno iniziammo a studiare letteratura e critica letteraria (su le mani per chi si ricorda i mitici ed incomprensibili testi di Natalino Sapegno e Mario Pazzaglia) e arrivò anche la prassi di avere a disposizione tre tracce nei compiti in classe: una di letteratura, una di attualità ed una ad argomento storico.

Credo servisse in vista della maturità, che ovviamente cambiò in corsa proprio nel corso del mio ultimo anno.

(Del fatto che io abbia sempre dato un esame subito dopo una qualche riforma parleremo un’altra volta).

Io amavo svolgere le tracce di attualità. Sono sempre stata una che amava dire quello che pensa, manifestare la propria opinione. Fare in modo che quello che è dentro di me trovi un canale per venire a galla è sempre stata una necessità più che un vezzo e i temi di attualità erano occasione continua di confrontarmi con i principali avvenimenti nel mondo.

Credevo fosse importante sapersi guardare intorno, saper avere occhio critico e un’opinione da gridare. Ci sono persone che sono morte per questo, perchè potessimo avere un’opinione e dirla liberamente a chiunque in qualsiasi contesto.

Ma la mia opinione, purtroppo, aveva un valore. E il suo valore – fisso – era 6 e mezzo.

Sempre.

Io ricordo, dopo i primi tre mesi di scuola, di aver fatto una scenata a mia madre dicendo che probabilmente dovevo cambiare scuola perché fare il liceo classico e avere poco più di sei in Italiano era un paradosso assoluto. Un paradosso che doveva significare necessariamente qualcosa: io non sapevo scrivere.

E se su tre professori solo una mi aveva incoraggiata a compiere studi classici e percorrere la strada della scrittura, mentre gli altri non avevano fatto che dirmi che il mio valore era poco più che sufficiente, c’era ben da riflettere.

Mia madre, saggia donna, mi disse la cosa più ovvia del mondo:

Va bene, cambia scuola. Ma prima di cambiare scuola magari non ha più senso chiedere alla professoressa cosa c’è che puoi migliorare?

Dalle mie parti c’è un modo umoristico in cui siamo soliti commentare una domanda del genere: mettici ‘na pezza.

Che più o meno significa: prova a smentirmi.

Così la volta successiva che, alla restituzione di un compito, mi fu detto

Mainini, tu non ti muovi mai dal sei e mezzo eh!

invece di arrabbiarmi perchè il mio talento non era apprezzato domandai cosa potessi fare per muovermi dal sei e mezzo.

La risposta fu secca: devi fare i temi di letteratura.

Quel giorno si decretò la morte della mia creatività letteraria.

Per almeno due anni, tutto il terzo e tutto il quarto, non svolsi più nemmeno un tema di attualità o storico. Feci solo ed esclusivamente i temi di letteratura.

E siccome eravamo soliti fare un tema alla fine di ogni autore, avevo preso l’abitudine – il pomeriggio prima del compito – di fare a casa un lungo tema riepilogativo della letteratura e critica letteraria affrontata e rileggerlo 3 o 4 volte.

In questo modo la struttura del tema era bella che stampata nella mia testa e avrei solo dovuto adattarlo al titolo specifico assegnato, approfondendo i punti richiesti dalla traccia.

Inutile dire che iniziarono a fioccare i 9, quasi immediatamente.

Compito dopo compito, sciorinavo nozioni letterarie studiate ed immagazzinate nel mio cervello con un automatismo che mi sembrava assolutamente sterile e che – invece – stava producendo i suoi benefici senza che me ne rendessi minimamente conto.

Nel corso dell’ultimo anno mi presi qualche libertà in più.

Continuavo a fare temi di letteratura ma, poiché leggevo tantissimi libri per passione personale, mi permettevo la libertà di intrecciare discorsi sugli autori dell’ultimo anno, toccando all’occorrenza spunti tratti dalle letture di Heinrich Boll, Arthur Schopenhauer o l’amato Kierkegaard (perché con quelli depressi io ci sono sempre andata molto a nozze, già da ragazzina).

La Prof. – puntualmente – mi riportava il compito tirandomi un orecchio, ma soltanto uno:

Mainini, a te serve proprio il guinzaglio per tenerti nel seminato eh? Genio e sregolatezza”.

Ma il voto era, in genere, un 9 o un 9 e mezzo. All’ammissione agli esami di maturità era un 10.

Ho continuato a pensare, per anni, che la Prof. di Lettere del triennio avesse soffocato la mia creatività pretendendo da me soltanto uno sterile componimento basato su una serie di nozioni didascaliche.

Ho capito soltanto più tardi, quando ero già avvocato e iniziavo a scrivere le mie prime arringhe, cosa avesse fatto davvero.

Mi aveva insegnato a scrivere.

Scrivere non significa buttare giù una serie di pensieri, in modo più o meno corretto dal punto di vista grammatico o sintattico. È un’arte che parte dalla capacità di analizzare un contesto specifico dotato delle proprie regole per poi spaziare intorno ad esso col pensiero laterale.

Non è saltare di palo in frasca accozzando cose che sembrano avere una qualche attinenza.

E soprattutto, scrivere non è un monologo dell’Io dove trova spazio soltanto la propria sterile opinione su qualcosa. Perché un’opinione non ha sostanza se non si è capaci di argomentarla per bene.

Ho imparato a dare spazio ai fatti lasciando che parlino con la voce dei miei pensieri. E non sarei mai stata in grado di capirlo senza tutte quelle ore trascorse a scrivere del pessimismo cosmico leopardiano o del giansenismo di Manzoni.

Più di ogni altra cosa, però, ho imparato che i limiti si superano.

Che scappare davanti a un problema non è una soluzione.

Perché se avessi cambiato scuola la mia abilità nello scrivere non sarebbe mutata: l’avrei soltanto resa meno frustrante in una scuola focalizzata sull’approfondimento di materie diverse.

In pratica avrei ridotto la rilevanza del mio limite ma non avrei accresciuto nessuna mia capacità.

Quanta bellezza avrei perso se avessi mollato e cambiato scuola?

Ma soprattutto: quante occasioni avrei mancato se non mi fossi data la chance di imparare?

Quando si è giovani si ha spesso la presunzione di dire tutto o niente, perché ci sembra di sapere già ogni cosa, avere il quadro chiaro molto più di chi ci è vicino per aiutarci a crescere.

Mia madre – che mi ha messa al mondo e mi conosce meglio di chiunque altro, anche se questo a volte fa incazzare – aveva capito che sfidarmi era il modo giusto per farmi riflettere.

Con la sua domanda mi aveva detto, fondamentalmente: ok scappa pure se ti sembra più facile. Ma è, appunto, più facile. Magari imparare come si fa è più difficile ma è meglio.

La mia Prof. – invece – aveva capito che avevo bisogno di essere colpita nell’orgoglio per provare a riflettere. Perché anche lei aveva imparato a conoscermi, soprattutto per il mio curriculum scolastico, e sapeva che da eccellente studentessa quale ero non avrei mai accettato un voto appena sufficiente in Italiano.

Ero competitiva con me stessa, spesso pretendevo l’impossibile. Ma ero presuntuosa.

Bisogna imparare a camminare prima di correre, mi diceva la prof.

E aveva ragione.

Ciao Prof!

 

Chiara Mainini Administrator

Ciao, mi chiamo Chiara Mainini, mi sono laureata a pieni voti in Giurisprudenza a 23 anni e ho esercitato per dodici la professione di Avvocato penalista. Oggi ho cambiato rotta, dopo un master in web marketing e scrittura per la rete lavoro come web editor freelance: creo contenuti per il mio blog ed altri siti che si occupano di maternità.

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