padre e figlio

Quante volte lo abbiamo detto?

Quando avevamo sedici anni e ci veniva negato il permesso a quella particolare uscita, o quando – per rientrare – ci veniva dato un coprifuoco che era sempre troppo presto.

Quanti di noi – almeno una volta- hanno pensato quando avrò un figlio non sarò come i Miei ?

genitori e figli

Io l’ho pensato tantissime volte, nonostante fossi un’adolescente fortunata.

A scuola sono sempre andata molto bene, perchè sono nata curiosa come una scimmia e ho sempre studiato moltissimo per la sola ragione che ero curiosa di apprendere.

Esattamente lo stesso motivo per cui oggi, in età adulta, leggo dai 4 ai 5 libri ogni mese.

Io studiavo perchè ero affamata di conoscenza. E come tutte le persone così, non solo non facevo fatica ma ottenevo grandi risultati con uno sforzo veramente minimo.

La mia media scolastica mi rendeva perennemente in credito. Perchè crescendo in una famiglia che mi ripeteva continuamente che studiare era il mio unico lavoro – la mia sola responsabilità – il profitto dello studio era la moneta con la quale pagavo tutto quello che desiderassi avere o fare.

Semplicemente perchè me lo ero meritato.

Non ero viziata. Non chiedevo un vestito a settimana o soldi senza limite. Avevo la mia paghetta settimanale e i cellulari non esistevano, quindi avevo poche spese da sostenere rispetto ai giovani di oggi.

Ma le uscite con le amiche, una pizza in più con i compagni e quel golf così tanto bello.. proprio non si riusciva a negarmeli.

Ed ero contenta così.

Non avevo ragione nè bisogno di fare le lotte generazionali che tanti miei amici raccontavano, perchè – da un lato – ero fonte di enormi soddisfazioni per i miei e – dall’altro – chiedevo così poco che probabilmente sembrava brutto negarmelo.

studiare

Nonostante ciò – come tutti i ragazzi del mondo – ho avuto i miei momenti di scontro anche forte. E sono stati quelli in cui ho pensato “quando avrò un figlio io non sarò così“.

Se mi sforzo di tornare indietro con la memoria, credo che il primo di questi momenti si sia verificato in terza media (e già qui lo so che state pensando “che fortunella”).

La mia scuola organizzava la prima gita di più giorni a Firenze – se non sbaglio si trattava di stare 4 giorni lontano da casa – e la mia famiglia mi disse il primo, difficilissimo, no.

La cosa mi gettò nella disperazione, perchè ero l’unica della mia classe che non avrebbe partecipato e perchè – in terza media – partecipare alla gita di quattro giorni rappresentava una chiara manifestazione di appartenenza a un gruppo.

Quello dei fighi.

Se i miei genitori mi avessero detto che non potevamo sostenere la spesa, che la cifra richiesta era troppo gravosa per la nostra situazione di famiglia monoreddito con 3 figli, l’avrei presa molto diversamente. Perchè ero abbastanza grande da capire che ci sono cose che si possono fare e cose che non si possono fare.

Ma invece il problema dichiarato pareva essere la “preoccupazione” che avrebbe angosciato mia madre durante la lontananza.

Credo che quella sia stata la prima volta che ho sentito pronunciare la frase “è meglio che piangi tu oggi che non che piangiamo noi dopo“.

Frase – quella sì – che non ero assolutamente in grado di capire.

Morale della favola: cercai di farmene una ragione, senza riuscirci. E un giorno – durante l’ora di matematica, mentre si raccoglievano le quote dei partecipanti – scoppiai in un pianto talmente disperato che il Prof. decise che doveva venire a casa mia a convincere i miei.

Chiara non può non partecipare. Se non lo merita lei, chi mai?!?

ricordo ancora la faccia imbarazzata di mia madre, che non si aspettava certamente un simile caso di Stato e – probabilmente- si sentì anche in un’enorme difficoltà.

gita in autobus

Partecipai alla gita, alla fine. 

Mi ricordo benissimo l’emozione della notte precedente la partenza e quella del mattino seguente, salendo in pullman.

E mi ricordo bene la faccia stravolta di mia madre, terrorizzata al pensiero che potesse accadermi qualcosa.

Non ho più riprovato questa esperienza fino a un paio di anni dopo.

Perchè come tutti i quattordicenni del mondo io ho voluto il motorino. Anzi, lo scooter, per la precisione.

SR Replica
eccolo qui lo Scooter che sognavo: Aprilia SR Replica nero, con i profili verde fluo e la scritta rosso fuoco. Come ero femminile io nessuno mai.

Qui il diniego lo comprendevo di più, perfettamente conscia del pericolo che sottende andarsene in giro su un ciclomotore a due ruote in mezzo al traffico.

Mia madre, da ragazzina, aveva avuto sia il motorino che la Vespa.

Ci aveva sempre raccontato le sue peripezie, compresa quella volta che ebbe un incidente e fu tirata via dalla strada appena in tempo, prima che una macchina (o un camion, non ricordo) le passasse sopra.

Capite bene che alla mia richiesta di uno Scooter mi risposero ciccia.

Mi dissero che avrei avuto la patente e la macchina a diciotto anni – cosa della quale in quel momento, comprensibilmente, mi fregava il giusto, cioè niente – ma che non c’era nessuna possibilità di ottenere il motorino.

E anche quella volta, alla frase storica su quale dei pianti potenziali fosse preferibile, seguì il mio pensiero sul fatto che io sarei stata un genitore differente. Che non avrei costretto i miei figli a sentirsi degli emarginati perchè non possedevano lo scooter come tutti i loro amici (l’ho già detto che ero la regina del melodramma? No? Allora mi presento: Salve, sono Eleonora Duse attaccata alla tenda).

 

Negli anni poi è accaduto ancora di ricevere dei rifiuti.

Per cose più o meno importanti, la dinamica era sempre la stessa.

I miei che si preoccupavano, che decidevano di non espormi a quello che ritenevano essere un pericolo, sobbarcandosi il peso della mia sofferenza, dei miei musi, dei miei pianti..e dall’altro lato io, che li consideravo egoisti e li vedevo sollevati nell’aver scampato una fonte inutile di stress.

E la solita frase “quando avrò un figlio io non farò come loro“.

Non gliel’ho mai detto. Avevo una sensibilità adeguata a permettermi di pensarlo senza dirlo, perchè in fondo non li volevo ferire. Non era un pensiero di ripicca.

Io ero veramente convinta che loro agissero così per risparmiarsi dei pensieri e che non ne avessero alcun cruccio.

E dal canto mio, sapevo che ferirli non sarebbe servito a nulla.

Semplicemente – mi dicevo – io sarò un genitore diverso.

Uno che si preoccupa di cosa prova un figlio quando gli viene detto un no per motivi egoistici. Per la sola propria tranquillità di genitore angosciato.

È così che va. È così che hanno luogo i veri scontri generazionali.

L’ho capito più tardi, nell’età adulta, che non hanno nulla a che fare con l’ora del coprifuoco.

Una volta ho scritto che l’insegnamento più grande che la vita mi ha dato è che si dovrebbe essere genitori prima di essere figli (se vuoi leggere in merito vai qui).

E mi piacerebbe tanto dirvi – quantomeno per una questione di coerenza, per essere circolare verso me stessa – che oggi che sono madre la penso ancora come tanti anni fa. Che mi sforzo di essere con Edoardo un genitore diverso da come i miei sono stati con me.

Ma non ve lo posso dire.

Cosa è cambiato? Vi chiederete.

Banalmente, è cambiato che sono diventata madre.

Che ho fatto il salto e sono approdata dall’altro lato del fossato. Quello dove ti guardi intorno e non vedi più opportunità, avventure fichissime e tanto divertimento..ma pericoli, rischi di enormi fregature e opportunità certe di delusioni cocenti.

Per farla breve, sono arrivata in quella parte dell’universo conosciuta come la dimensione parallela.

Non è un bel posto. Non c’è altro che l’esperienza della tua vita che ad ogni occasione ti dice che tuo figlio prenderà quella stessa identica tramvata che a suo tempo prendesti anche tu.

E tu stai in bilico su un ponte sospeso.

Ondeggi tra il desiderio di aiutarlo a scansarla e la pena che ti provoca guardarlo mentre ti implora di lasciargli fare uno sbaglio.

Oggi lo so che quello che i miei genitori provavano dinanzi ai miei musi, ai miei silenzi e ai miei pianti era ben lungi dal potersi chiamare sollievo.

E anche se riconosco che le gite di più giorni probabilmente non fossero l’occasione truculenta di vedere la loro figlia minore sequestrata o uccisa, so che nel tentativo di tenermi al sicuro da esperienze che reputavano pericolose si infliggevano – e volontariamente – il cilicio di vedermi soffrire moltissimo.

So che la loro punizione – alla sola colpa di volermi proteggere – era stare in bilico tra il fare una scelta che li spaventava e vedermi sorridere o prendere la decisione che reputavano giusta facendomi male.

E so che in bilico su quel ponte – alla fine – hanno sempre scelto di vedermi sorridere.

Oggi che sono una madre preoccupata, angosciata, che si fa sempre mille domande, questo conta molto più di quanto avrebbe contato – allora – comprendere e condividere i loro rifiuti.

E vorrei andare da Asha Phillips e prenderla per le spalle gridando carissima, sono questi i no che aiutano a crescere.

Chiaramente non lo posso fare, non foss’altro che perchè – probabilmente – mi farebbe arrestare. Però ci penso spesso a questo aspetto della mia adolescenza.

Tendenzialmente sorrido e mi dico che – sì – io aspiro ad essere proprio come i miei genitori sono stati con me.

Anche se alla fine lo Scooter mica me l’hanno comprato eh.

Ma mantennero la promessa e un mese prima di compiere diciotto anni io avevo preso il foglio rosa. Cinque mesi dopo avevo in mano la patente e le chiavi della macchina di mia madre, la mitica Y10 Avenue color lilla metallizzato con gli interni in alkantara. E non credo che questo procurasse loro minor preoccupazione del sapermi su uno Scooter a quattordici anni.

Mi hanno insegnato così a fare sempre la scelta più ardua: lasciandomi volare.

E mi hanno insegnato a mantenere le promesse.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3 thoughts on “Quando avrò un figlio non sarò come i Miei”

  1. Ti avviso, il mio commento sarà lunghissimo 😀

    Allora, io come te sono sempre andata bene a scuola, avevo qualche difficoltà in matematica, ma ecco: mai bocciata, mai un debito formativo, mai un’insufficienza e questo era motivo di orgoglio dei miei, nonché -come nel tuo caso- il motivo per cui sicuramente mi sono state concesse molte cose, anche se… i miei, soprattutto mamma, erano molto severi, avevo delle regole, il mio unico lavoro era quello di studiare con profitto, ma ad esempio non potevo dormire fuori casa (da un’amica si intende), né altro.
    Avevo anche io una paghetta e anche io avevo poche spese, non avendo un cellulare.
    Di no me ne sono sentiti dire tanti, tutti motivati, tipo il motorino che poi però è arrivato quando avevo quasi sedici anni, comprato da mio padre nonostante il parere contrario di mia mamma perché tra andare a scuola e andare agli allenamenti di pallavolo ogni giorno era più comodo per tutti che fossi indipendente.
    Niente gita di terza media per me per lo stesso motivo tuo, né feste serali (dalle 18 alle 22) in casa di compagni di classe prima di una certa età.

    Oggi so che se avessi un figlio farei uguale, non riuscirei a comprare un motorino a mio figlio, sarà che abitiamo a Roma; avrei il terrore a saperlo fuori casa alle 9 di sera a 14 anni (per quanto al sicuro) e un sacco di altre cose… come cambiano le prospettive!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *