bullismo

Qualche tempo fa Edoardo è tornato a casa dall’asilo con un taglio sulla fronte. Mi ha riferito che un compagno aveva lanciato un giocattolo di legno che lo aveva colpito.

Mi parve strano, so che le maestre sono molto attente e vigili quando sono in classe con i bambini per cui, visto anche che lui era tranquillo, ho liquidato la cosa come un episodio isolato. Qualcosa che può accadere.

Dopo qualche giorno si è verificato un altro episodio isolato.

All’uscita, Edoardo aveva dei graffi sul viso e – inspiegabilmente – nessuno sembrava sapere come se li fosse fatti (neppure lui).

Addirittura, l’educatrice presente al momento dell’uscita – che non era la stessa che lo aveva accolto al mattino – riteneva che li avesse già dal giorno precedente.

Ma così non era.

Sono sincera: io inizialmente non ci ho badato affatto.

Contrariamente a quanto molti potrebbero pensare, non sono affatto una mamma chioccia.

Sono, anzi, piuttosto sconsiderata e ho sempre lasciato fare a Eddy cose che le altre mamme (inclusa la mia) reputano pericolose.

Non ho mai messo ringhiere ai fornelli. Non solo.

Ho sempre lasciato che salisse su una sedia per cucinare insieme a me.

Non ho coperto le prese.

E non ho mai foderato i mobili di gommapiuma.

Per i primi tre anni di vita di Edoardo abbiamo vissuto in un loft a due piani e io non ho mai barricato le ringhiere del piano superiore. Sono sempre state aperte e pericolosissime.

Ho lasciato che mio figlio si mettesse in bocca pezzi di frutta quando ancora non aveva neppure i denti per masticare.

Mia madre – un ferragosto – è quasi morta di infarto quando un pezzo di pesca gli è andato per traverso.

Io, calmissima, l’ho messo a testa in giù e l’ho sbatacchiato un po’. Tra gli insulti di mia madre, obviously.

E sono talmente mamma chioccia che due anni fa si è fratturato il naso cadendo da uno scivolo alto due metri, sul quale lo avevo lasciato salire da solo senza neppure una remora.

Sì, insomma. Avete capito.

Io non sono la mammina apprensiva della situazione.

Qualche giorno dopo quegli episodi isolati, però, Edoardo è tornato dall’asilo con dei graffi al volto ed il segno evidente di una suola di scarpa.

E allora, non sono una mamma apprensiva ma sono una mamma presente.

Questo mi ha preoccupata di più.

Soprattutto perché, dopo qualche insistenza, il bambino ha raccontato che il responsabile era lo stesso compagno delle volte precedenti e che lui ne aveva paura, tanto da non essersi neppure rivolto alla maestra temendo poi una ritorsione.

Quando mi sono consultata con amici e conoscenti sull’accaduto, sono state varie le voci di chi mi ha detto che è normale che i bambini litighino e che devono imparare a vedersela da soli.

Io, in linea di massima, sono d’accordo con questa affermazione.

Se porto Edoardo al parco e lui litiga con un bambino per chi per primo debba andare sull’altalena, a me non interessa intervenire perchè so che mio figlio se la caverà da solo.

O, in caso contrario, che dovrà imparare a farlo. Perchè si cresce anche così, imparando a gestire gli scontri e le frustrazioni.

Quando però lo scontro diventa sistematico, continuo e violento, ed è perpetrato dallo stesso bambino contro lo stesso bambino, siamo al di fuori dello scenario di un semplice litigio. Potrebbe trattarsi di bullismo.

bullismo

Il bullismo è un comportamento aggressivo caratterizzato da intenzionalità, sistematicità e asimmetria di potere (fonte) che danneggia l’autostima e la dignità della vittima, creando nel tempo il rischio di depressione, ansia e – nei casi più gravi – comportamenti autolesivi (qui per approfondire).

È fondamentale che le famiglie e gli operatori scolastici siano formati a riconoscere, prevenire ed evitare situazioni di bullismo.

L’ultima indagine Istat, risalente al 2014, stima che più del 50% dei bambini italiani tra gli 11 e i 17 anni ha subìto almeno un episodio di bullismo nell’anno precedente e che almeno 1 bambino su 5 è vittima di atti di bullismo ripetuti e frequenti.

Riflettendoci mi sono resa conto che quando si segnalano situazioni del genere, solitamente la prima risposta che si riceve dai genitori è che si tratti di una bravata.

Di una cosa tra ragazzi, che tale dovrebbe rimanere.

Ma non è sempre così.

Noi genitori ci impegniamo moltissimo per trasmettere ai nostri figli, quando sono piccoli, il messaggio che il prossimo va rispettato, non va picchiato, non va molestato nè infastidito.

Perchè allora quando crescono tendiamo sempre a minimizzare episodi che se sottovalutati potrebbero diventare pericolosi?

Un bambino che a scuola vive episodi di bullismo non deve assolutamente ricevere il messaggio che “deve vedersela da solo o non crescerà mai“, perchè questo schema rischia di fargli pensare di essere solo ad affrontare la prepotenza e il sopruso di chi lo bulleggia.

Il messaggio forte e chiaro dovrebbe invece essere “se hai paura, se non stai bene, se qualcuno ti fa sentire spaventato devi dirlo, subito e forte, perchè gli adulti possano aiutarti ad uscire dalla tua situazione di disagio“.

Perchè non è questione di crescere ragazzi mammoni o incapaci di gestirsi da soli nel diverbio.

È questione, invece, di fornire ai bambini e ai ragazzi la consapevolezza che gli episodi di violenza vanno condannati senza incertezza e che potranno sempre ricevere da un adulto la protezione e la tutela alle quali hanno diritto.

Noi questa cosa ce la dimentichiamo troppo spesso: i bambini hanno il diritto di essere protetti.

Hanno diritto ad essere protetti dall’aggressione, fisica e verbale.

Ma soprattutto, hanno diritto ad essere protetti dalla paura.

Perchè ciò sia possibile, è necessario che i genitori per primi imparino a distinguere i normali alterchi tra bambini dalle situazioni potenzialmente pericolose che richiedono un intervento. E che, successivamente, insegnino ai bambini a distinguere a loro volta un banale scontro per l’uso di un giocattolo da un sopruso violento e sistematico.

I bambini sono persone, sono intelligenti, sono in grado di capire tutto se noi adulti troviamo il giusto modo e le giuste parole per comunicare con loro.

Non bisogna mai stancarsi di parlare coi propri figli. E non bisogna mai commettere l’errore di pensare che siano troppo piccoli per capire.

Loro capiscono. Sono perfettamente in grado, anche a 5 anni, di pensare che se diranno la verità alla maestra forse il compagno si arrabbierà di più e gliela farà pagare.

Il nostro dovere di adulti è rassicurarli.

Spiegare loro che la violenza non vince mai.

Che bisogna sempre rivolgersi a chi ci vuole bene e può proteggerci.

Dicendo la verità senza alcun timore, perchè si riceverà esattamente l’ascolto e l’aiuto di cui si ha bisogno ed a cui si ha diritto.

Le domande che tutti dovremmo farci

Negli ultimi anni – complice anche la cronaca nera che mai ci risparmia i fatti più sanguinosi – si sono moltiplicate le occasioni per veicolare messaggi di fronte comune contro la violenza.

Esortiamo ogni giorno le donne ad esporsi per denunciare gli episodi di sopruso e molestie.

Io – per esempio – ne ho parlato molte volte, delle quali l’ultima qui:

8 Marzo, Festa della donna: mimose, sangue e colpi di pistola

 

Ripetiamo continuamente che è necessario denunciare perchè i colpevoli possano essere corretti e puniti.

Perchè con i bambini dovrebbe essere diverso?

Perchè riteniamo che ciò che di brutto può accadere a una donna sia peggiore di ciò che di brutto può accadere a un bambino?

Sono le dimensioni dell’aggressore a fare la differenza?

Conta soltanto la forza fisica?

Siamo veramente convinti che il bullismo tra bambini o adolescenti coetanei provochi meno danni di quello tra adulti?

Che senso ha crescere i nostri figli ripetendo loro che non devono essere violenti col prossimo e poi legittimare la violenza del prossimo nei loro confronti lasciandoli a sbrogliarsela da soli?

Il rischio è che il messaggio che passa da un simile comportamento è che non ci importi di aiutarli.

E se non ci interessa, crescendo non verranno più a parlare con noi di ciò che accade loro o li spaventa.

bimba che piange

Qualche giorno dopo questi episodi ho richiesto un colloquio privato con la maestra.

Nell’immediatezza del fatto mi aveva riferito di non essere a conoscenza dell’accaduto e non aver visto come Edoardo si fosse ferito.

Le ho quindi raccontato tutto, spiegandole che non era stato facile superare la reticenza del bambino.

La questione è stata affrontata e stroncata sul nascere, anche perchè i bambini sono piccoli ed è bastato poco per sanare la situazione.

Sono comunque stata rassicurata che nei mesi a venire Eddy sarà maggiormente seguito e rassicurato sugli episodi di questo tipo.

E ben lungi dal sentirmi una madre eccessivamente apprensiva ed ansiosa, come sono stata accusata di essere, sono invece contenta.

Ho preso il toro per le corna e sono intervenuta a sanare un disagio importante di mio figlio.

Perché lui trascorre all’asilo moltissime ore e non è giusto che le viva nel terrore che qualcuno possa fargli del male.

È un bambino e ha diritto a divertirsi e giocare nella migliore serenità possibile, proprio come gli altri.

È giusto che impari a difendersi da solo.

Ma nella consapevolezza assoluta che, qualora non ci riuscisse, ci sarebbe qualcuno che lo ama pronto ad aiutarlo e ad affrontare la paura insieme a lui.

Ed è giusto anche che veda che il divieto di picchiare gli altri non vale solo per lui e a casa sua.

Vale per tutti e ovunque.

In sintesi, quindi, siamo stati fortunati.

È stata un’occasione per entrambi per imparare qualcosa di molto importante.

Mamme e figlio

E per approfondire il dialogo educativo con la scuola e con le maestre, che è l’espressione fondamentale della fiducia da me riposta nelle persone alle quali affido mio figlio.

 

 

8 thoughts on “Cosa penso del bullismo a scuola e come l’ho affrontato quando è capitato a noi”

  1. Grazie per questa riflessione sul bullismo, che anche se può essere individuato solo dall’età della scuola media (almeno così mi disse una maestra) secondo me può mostrare degli elementi distintivi anche in tenera età. E per questo bisogna intervenire. Brava.

    1. Grazie a te.
      In realtà non esiste una codificazione del genere, i dati ufficiali riferiscono che gli episodi di bullismo decrescono nel passaggio tra scuola primaria e scuola secondaria. Se ne deduce che sia nella scuola primaria di primo e secondo grado che si verifica il picco.
      In realtà gli studi condotti in italia hanno avuto come riferimento una popolazione di età prevalentemente adolescenziale ed è forse per questo che ti parlavano di scuola media, ma il fenomeno si presenta largamente diffuso anche nella scuola primaria di primo grado.
      Caratteri lievemente differenti sembrano differenziare la scuola dell’infanzia, dove si parla di”maggiore aggressivitá ingiustificata” invece che di bullismo strictu sensu, se ti interessa puoi trovare maggiore approfondimento qui http://www.redattoresociale.it/Banche%20Dati/Pagine/Dettaglio/434384/Il-bullismo-non-intenzionale-nella-scuola-dell-infanzia?stampa=s

  2. Grazie per questa bellissima testimonianza, mi sarebbe servita molto qualche anno fa, quando mio bimbo grande faceva i primi anni di elementari ho passato mesi e mesi in preda all’ansia totale e allo sconforto…

    1. Grazie a te Alessia.
      Purtroppo in Italia c’è scarsa cultura intorno a questo fenomeno e ancor più scarsa formazione tra le figure istituzionalmente preposte all’educazione scolastica.
      Ma qualcosa si sta smuovendo, confido che educare i genitori – prima di tutto – a non sottovalutare certi fenomeni possa dare il via ad un ciclo di rinnovamento in questo senso.
      Sarò idealista ma sogno un mondo alla Wonder!

  3. Articolo molto interessante sull’argomento:niente allarmismi ma neppure semplicismo….l’HO condiviso perché è un tema molto attuale ma scritto con galanteria.

    1. Grazie mille Gianluca!
      Parlare di queste cose è molto importante: aumenta la consapevolezza delle persone sull’importanza di questi episodi e soprattutto diffonde una sorta di solidarietá, perché ci si accorge di non essere i soli ad affrontare certi problemi.

  4. Riflessione, come sempre, meravigliosa. Hai fatto bene a scrivere questo post, sarebbe bello se l’argomento diventasse sempre più oggetto di discussione.
    Come sai, per un bulletto del cazzo, io ho quaso perso la vita e non passa giorno che non ringrazi per essermi salvata, quindi so -purtroppo- cosa vuol dire.

    Ps. Nell’ultima foto il tuo ombretto è abbinato al giubbotto di tuo figlio? 😁

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