converse rosse

Nel giorno della Festa della donna si moltiplicano le notizie relative ad uno dei più recenti eventi di cronaca: l’ennesimo femminicidio ad opera di un marito “geloso”.

Solo che, stavolta, a farne le spese non è stata soltanto la moglie. Quest’ultima, attualmente, è ricoverata in Ospedale in gravissime condizioni dopo che il marito che voleva lasciare e dal quale si stava separando le ha sparato a bruciapelo.

Questa volta le prime a morire sono state le figlie, di 8 e 14 anni. Alle quali il padre ha sparato senza pietà al preciso scopo di punire l’ex moglie.

Lo dimostra il biglietto scritto dall’uomo prima di suicidarsi e destinato alla poveretta : “non dovevi farlo“.

Perchè la colpa era di Antonietta.

Antonietta che veniva picchiata a sangue. Che veniva spiata.

Antonietta che veniva tradita e umiliata.

E quando Antonietta – troppo tardi – ha detto basta, non meritava più di vivere. Soprattutto, non meritava più di godere dell’amore delle sue figlie.

E quindi il loro papà le ha uccise.

Io non posso averle – pensava – e non le avrai neanche tu.

È uno schema ricorrente, questo, purtroppo. Una sorta di sindrome di Medea, ma al contrario, che si verifica in concomitanza con le disgregazioni familiari seguenti una separazione.

L’uomo che viene lasciato vede messa in discussione la propria immagine di uomo solido e di potere. Sente di perdere il dominio, la propria posizione sociale garantita dalla capacità di avere una famiglia: dunque, uccide i figli per punire la partner e riaffermare la propria mascolinità.

I raptus non c’entrano niente.

Mi ricorda tanto la storia di Matthias Schepp, che ha ucciso le due figlie gemelle per punire l’ex moglie che lo aveva lasciato.

E l’ha punita due volte, dicendole di averle uccise ma non dove aveva occultato i corpi. Poi, si è suicidato.

pistola e proiettili

Gli errori fatali di tante storie.

Io ho esercitato la professione di avvocato penalista per oltre dieci anni e per quattro di questi ho prestato la mia consulenza e assistenza presso un centro antiviolenza per donne in difficoltà.

Si trattava, quasi esclusivamente, di donne vittime di violenze familiari.

Non so più quante volte, nel corso di quegli anni, ho sentito frasi come:

  1. i tradimenti possono avvenire si danno e si ricevono. I matrimoni sono sempre andati così”
  2. “lo schiaffo tra marito e moglie può capitare, non mi sembrava tanto grave all’inizio “
  3. “se lo denuncio perderà il lavoro”
  4. “se lo denuncio non potrò più tornare indietro”
  5.  “non so dove andare nè come mantenermi”
  6. “ho sopportato per il bene dei figli”

e potrei continuare. Ma scelgo di fermarmi qui, perchè di certe situazioni ho un ricordo ancora molto vivo e a volte non è semplice ricordare quella sofferenza.

Nella ricostruzione di questa vicenda io ho rivissuto come un triste puzzle tutte quelle storie viste negli anni.

Una donna tradita, che sopporta i tradimenti nella speranza che lui cambi.

Perchè, in fondo, mi ama e ama le sue figlie e quindi cambierà. O peggio: Il mio amore lo cambierà. Io riuscirò a renderlo migliore.

Una donna che oltre ai tradimenti sopporta le percosse, ripetute. Che poi degenerano in lesioni perchè la volta successiva sarà sempre peggio.

I figli terrorizzati che ascoltano le liti, le grida, le botte e i pianti della mamma.

I figli terrorizzati da papà.

Le mamme che sopportano per i figli mentono a se stesse.

Nessun figlio desidera vivere nel terrore del prossimo litigio, delle prossime urla, delle prossime botte.

bambina spaventata

Eppure, in quegli anni, ogni volta che mi sono trovata davanti una donna che mi diceva di sopportare “per i figli” ho sempre visto una grande forza, una grande determinazione.

E allora, Donne: quella forza e quella determinazione usatela per salvare voi stesse. Perchè non arriverà nessuno a farlo al posto vostro. Nessuno difenderà i vostri figli se non sarete voi a farlo.

Da qualche tempo non faccio che dire che – per quanto mi riguarda – la parità di genere è soltanto una questione di cultura. O – meglio – di cultura che va costruita.

Settimane fa una persona che conosco pubblicava sulla sua bacheca facebook un articolo della stampa nazionale, il quale raccontava l’iniziativa di alcune onlus di creare dei corsi destinati agli immigrati stranieri, per diffondere la cultura giuridica relativa alla condizione della donna in questo paese.

Un’iniziativa – per mia opinione – da standing ovation. Perchè se vogliamo creare davvero integrazione ed uguaglianza dobbiamo accettare che ci siano paesi culturalmente molto arretrati nei quali una donna è considerata – più o meno – al pari di una mucca da latte. E, conseguentemente, educare tutti coloro che – essendo vittime di questa subcultura – arrivano nel nostro paese e finiranno col delinquere.

Il mio interlocutore non era troppo d’accordo con me. Sosteneva che non dovrebbe essere necessario spiegare certe cose. Non aveva tutti i torti, ma non è questo il punto.

picchiare le donne

Il punto è che – invece – la realtà che abbiamo intorno ogni giorno ci dimostra in modo inequivocabile che purtroppo insegnare certe cose è diventato più che mai necessario. E non solo agli immigrati.

Mentre dalle nostre scuole scompaiono le ore di educazione civica, si manifesta nella sua più evidente ovvietà la necessità di educare il popolo degli italiani alle regole giuridiche di questo ordinamento, ai propri doveri ed ai propri diritti.

Perchè sono tante le persone convinte che uno schiaffo tra marito e moglie sia diverso dal reato di cui parla il codice penale.

E non è così.

Non ci sono tipologie di schiaffi. Non ci sono schiaffi consentiti e schiaffi illegali. Uno schiaffo è una percosse.

Un uomo deve sapere che se dà un solo schiaffo a una donna compie un reato. E una donna deve sapere che se riceve uno schiaffo da un uomo – anche uno solo – lo deve denunciare.

Perchè tanto ne arriveranno altri, e poi arriveranno le botte che rompono costole, zigomi e nasi.

Non ci sono botte che il matrimonio consenta.

Non ci sono schiaffi dai quali si torna indietro.

E soprattutto, è necessario che le Donne sappiano che la denuncia-querela, a volte, è l’unico strumento giuridico che le possa salvare davvero.

Perchè quando un reato non è procedibile d’ufficio, un semplice esposto non serve a nulla.

Non si può pretendere che le forze dell’ordine facciano qualcosa per aiutarvi se voi per prime non vi aiutate.

Quando dite “non lo denuncio perchè perderebbe il lavoro” state dicendo che lui è più importante di voi.

Che il fatto che lui conservi il suo posto di lavoro è più importante del fatto che vi ha picchiate in mezzo alla strada.

Quando dite “se lo denuncio non potrò più tornare indietro” state dicendo che pur di avere un uomo siete disposte a farvi massacrare.

State dandogli ragione per ogni volta che lui vi ha detto che non valete nulla: perchè se le sue violenze sono nulla rispetto allo stare da sole allora significa che vi sentite niente. Che non vi amate abbastanza da pretendere un trattamento umano. Da pretendere il rispetto.

State dicendo che per avere un uomo che vi massacra di botte vale la pena rischiare di morire. O peggio, rischiare che uccida i vostri figli.

Ma voi venite prima. La vostra vita è più importante. La vita dei vostri figli è più importante.

violenza sulle donne

La storia di Antonietta Gargiulo e delle sue bambine è una tragedia che gronda dolore nel cuore di ognuno di noi, anche se non le conoscevamo.

Perchè non c’è modo di pensare a quelle due bambine che – nel momento estremo della loro esistenza – hanno guardato negli occhi il padre mentre le uccideva, senza sentire un dolore fortissimo e sordo nel petto.

E non c’è modo di immaginare l’immane dolore che questa donna proverà quando apprenderà l’atroce verità su quanto è successo.

Ma è necessario che ci pensiamo, invece. E spesso.

Perchè la nostra naturale reazione di fronte a questi fatti è solitamente quella di pensare che sia tutta colpa del mostro, che stavolta si è pure tolto di mezzo e ci lascia stare tranquilli.

Ma la responsabilità vera è tutta nostra.

Nostra come Stato che non educa alla parità, al rispetto, alla cultura ma si limita a punire i comportamenti sbagliati con leggi che spesso vengono applicate malissimo. Limitarsi a riempire le patrie galere – nei rari casi in cui accade – non può essere la soluzione al problema.

Siamo responsabili come cittadini che non conoscono i propri diritti ed i propri doveri.

Come genitori, che non sanno più insegnare ai figli il rispetto per il loro prossimo e continuano a crescerli nella bambagia giustificando ogni loro malfatta.

Oggi è soltanto un altro 8 marzo sporco del sangue di altre donne come me.

E io non ho più voglia di festeggiare.

 

 

 

 

 

Chiara Mainini Administrator

Ciao, mi chiamo Chiara Mainini, mi sono laureata a pieni voti in Giurisprudenza a 23 anni e ho esercitato per dodici la professione di Avvocato penalista. Oggi ho cambiato rotta, dopo un master in web marketing e scrittura per la rete lavoro come web editor freelance: creo contenuti per il mio blog ed altri siti che si occupano di maternità.

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