Elisa Esposito

La sera di San Valentino sono stata a vedere La forma dell’acqua, il film di Guillermo del Toro vincitore del Leone d’oro al miglior film e candidato a ben 13 nomination per gli Oscar 2018.

Ero partita con aspettative altissime, visti i premi vinti e quelli in predicato. Avevo sentito dire che si trattava di una storia d’amore molto poetica e dolce e pensavo fosse il film perfetto da andare a vedere con mio marito il 14 febbraio.

Quale errore.

Mi capita raramente di restare delusa da un film e ancor più raramente di trovarlo brutto e fastidioso. Mi piace molto il cinema, amo guardare film vecchi e nuovi e riesco sempre a trovare un lato positivo anche nel film meno attraente. E ci sono riuscita anche stavolta, non senza fatica. Ma andiamo con ordine.

Di cosa parla La forma dell’acqua.

Siamo nell’America degli anni ’60 e assistiamo al racconto di quanto accade nella vita di Elisa Esposito (Sally Hawkins), una donna muta sin da quando era bambina per via della recisione delle corde vocali.

La sua esistenza è, a dire il vero, piuttosto ordinaria e si svolge tra il lavoro notturno di donna delle pulizie in un laboratorio governativo e la frequentazione diurna del suo unico amico: un pubblicitario gay caduto in disgrazia (Richard Jenkins).

Elisa scopre ben presto che all’interno del laboratorio ove svolge le sue mansioni si svolgono inquietanti esperimenti su una strana creatura marina e la sua curiosità la porta a forzare le procedure di sicurezza per scoprire di cosa si tratti.

La creatura – si scopre – è una sorta di umanoide anfibio, catturato dagli americani in Amazzonia e sottoposto a brutali esperimenti nel tentativo di scoprire informazioni utili a battere sul tempo i russi per la corsa nello spazio.

I Russi – a loro volta – hanno inviato al laboratorio una loro spia; sotto le mentite spoglie di uno scienziato, quest’ultima riceve – dal governo americano- l’ordine di vivisezionare la creatura e svolgere le indagini necessarie al governo; da quello russo, l’incarico di ucciderla prima che ciò possa avvenire.

Elisa scopre l’infausto destino riservato al suo nuovo amico – al quale nel frattempo ha insegnato a comunicare con il linguaggio dei segni – e decide di farlo evadere dal laboratorio e ospitarlo in casa sua.

Nell’attesa della liberazione finale, tra i due nasce una storia d’amore.

Elisa Esposito
fonte: www.mymovies.it

L’omosessualità, la Xenofobia e gli altri temi del film

Il nucleo narrativo de La forma dell’acqua ruota intorno ad alcuni temi di rilevanza sociale notevole, che si fiancheggiano nella dimensione reale e in quella onirica della storia.

Intanto, l’omosessualità di Giles – l’amico di Elisa – che rappresenta un elemento di forte discriminazione nella società americana del 1962. Non solo il poveretto è stato prontamente licenziato a causa di ciò, ma al minimo accenno di interesse manifestato al tenutario di un bar viene prontamente invitato ad andarsene e non tornare mai più.

“questo è un posto per famiglie”.

Allo stesso modo, la creatura anfibia viene sottoposta a trattamenti e procedure disumani senza riguardo alcuno alla sua condizione di essere vivente e senziente. Non ha alcuna importanza che soffra. Non ha alcuna importanza che abbia necessità fisiologiche – anche importanti – dipendenti dalla sua particolare natura.

È diversa, non è umana. E tanto basta per infliggerle le peggiori sofferenze in assenza di qualsiasi remora.

Ma la parte più prepotente della trama è quella che riguarda l’amore che pian piano si instaura tra la creatura ed Elisa.

Elisa è lei stessa una diversa. In quanto muta è disabile e soprattutto sul lavoro non passa giorno che questa sua condizione non le venga in qualche modo rinfacciata. Questo la pone immediatamente in una condizione di ascolto e comprensione nei confronti della creatura.

Sono due diversi, due discriminati.

Elisa e la creatura
Fonte: www.mymovies.it

Dopo averle insegnato a comunicare con il linguaggio dei segni, Elisa si innamora profondamente della creatura. Trova in essa un’umanità che in nessuno degli altri personaggi del film – a parte Giles – viene rappresentata e impara ad apprezzarne la diversità fisica come fonte di ricchezza.

La forma dell’acqua è un film sull’amore tra creature diverse, sulla forza di un sentimento che abbatte i limiti insiti nella diversità di genere, sul rispetto per ciò che è altro da noi, sull’integrazione e sull’accettazione di quello che non conosciamo.

Non è un messaggio nuovo, ci sono stati vari tentativi al cinema di veicolare questo tipo di contenuto.

Shakespeare ci ha provato dicendoci che l’amore vero è così forte da superare persino l’odio tra famiglie, il disonore, l’onta della disobbedienza, anche se l’ingenuità dei poveri amanti viene punita con la morte.

Ce lo hanno raccontato con La bella e la bestia, dove l’amore supera le differenze di classe (in senso economico ma anche scientifico) e salva la Bestia dalla sua maledizione trasformandola nell’uomo ideale.

Lo abbiamo visto con Pretty Woman (ho già detto qualcosa a riguardo, se vuoi leggerlo lo trovi qui), che ci racconta come l’amore possa superare la distanza dovuta a denaro, classe, cultura e posizione sociale, salvando i due protagonisti ciascuno dai propri dèmoni.

Ma per quanto ne apprezzi davvero molto le aspirazioni – purtroppo – La forma dell’acqua mi ha delusa moltissimo.

La volgarità non necessaria

Alcune scene sono state – a mio avviso – inutilmente volgari.

Non ho apprezzato la scena dei rapporti sessuali tra il cattivo della storia e sua moglie. È una scena che ha la pretesa di raccontarci del suo desiderio per Elisa, ma lo fa in maniera eccessivamente esplicita e comunque superflua. Il personaggio – poche scene prima – ci aveva già chiaramente illustrato la sua attrazione per la protagonista. Personalmente il concetto mi era chiarissimo, non avevo bisogno di vedere quello che ho visto poi, e di conseguenza mi è sfuggita la necessità.

Le scene splatter

Nell’ottica di un film poetico, anche se fantasy, non mi aspettavo di assistere a scene di gatti decapitati a morsi e dita mozzate – riattaccate – e strappate via dalla sfortunata mano.

Ho trovato queste scene francamente rivoltanti e inutili ai fini della storia.

Non hanno aggiunto niente alla dimensione narrativa del racconto, che sarebbe stato ugualmente significativo anche senza assistere a immagini disgustose.

Il sesso tra i protagonisti

Questo è stato l’aspetto che mi ha lasciata più interdetta.

Elisa e la creatura, durante il film, hanno ripetuti rapporti sessuali. Questi – per fortuna – hanno avuto il buon gusto di non farceli vedere nel dettaglio.

Non mancano, a riguardo, le battutine da spogliatoio tra Elisa e la sua collega e amica.

Sono rimasta sinceramente perplessa. La sensazione che ho avuto è che nel tentativo di affermare l’ideale di forza e straordinarietà di un amore fra creature che si accettano – pur nella loro diversità – si sia rimasti vittime del clichè più vecchio del mondo: quello per cui non c’è amore senza sesso.

Voglio dire, questa forse era l’occasione migliore per veicolare un messaggio diverso, per sdoganare quegli amori che pur nella loro immensità rinunciano alla dimensione fisica e carnale del rapporto. Perchè ce ne sono, molti più di quanto si creda.

Invece ci hanno propinato l’immagine di rapporti intimi tra una donna e una creatura non umana – lasciandoci largamente intendere che fossero avvenuti all’umana maniera – senza alcun senso. Cosa hanno voluto raccontarci? che anche le persone che vengono giudicate diverse fanno sesso, persino tra loro? Mi pare che questo sia del tutto evidente.

Mi sarei aspettata una prospettiva differente.

Le persone che hanno assistito con noi alla proiezione bestemmiavano i 45 minuti di coda fatti in biglietteria. Mio marito è uscito dalla sala dicendo che sarebbe stato meglio vedere Black Panther. E anche se non abbiamo mai lo stesso parere sui film che guardiamo, questa volta ci siamo ritrovati coi pensieri all’unisono. Lui, a distanza di due settimane, continua a definirlo “l’animal porno”.

Insomma, non esattamente il successone che ci aspettavamo.

Le accuse di plagio

Il 21 febbraio scorso la Fox Searchlight, Guillermo del Toro, Vanessa Taylor e Daniel Kraus sono stati citati in causa dinanzi al Tribunale di Los Angeles da David Zindel, figlio del drammaturgo Paul Zindel morto nel 2003.

Stando alle notizie riportate dai quotidiani, sembrerebbe che Paul Zindel avesse realizzato una sceneggiatura intitolata Let me hear you Whisper, dalla quale nel 1969 e nel 1990 furono tratti due film per la Tv.

La trama parrebbe straordinariamente simile a quella del film di Del Toro-Taylor-Kraus.

Un’inserviente impiegata nelle pulizie di un laboratorio governativo si appassiona ad una creatura marina sulla quale vengono eseguiti esperimenti segreti, un delfino parlante.

La storia è anch’essa ambientata negli anni ’60 ed anche i personaggi risulterebbero enormemente somiglianti.

Zindel ha richiesto l’inibitoria delle future proiezioni ed il riconoscimento di una consistente parte degli incassi del film finora ottenuti.

Il presupposto è che La forma dell’acqua abbia copiato le premesse, i personaggi, i temi trattati ed anche alcuni plot twist della trama.

A riguardo, Del Toro ha dichiarato di non trovare enormi somiglianze tra le storie.

A suo dire  la prima tratterebbe di un delfino, di esperimenti su animali e della liberazione.

La forma dell’acqua parlerebbe di una divinità e di tematiche ben più profonde.

Personalmente non credo che Zindel possa veramente ottenere una fetta cospicua degli incassi sul film.

Ma alla vigilia della cerimonia degli Oscar – che saranno assegnati domenica 4 marzo – questa è certamente una macchia notevole su un film che ha collezionato ben 13 nomination: miglior film, miglior regia, miglior attrice per Sally Hawkins, miglior attore non protagonista per Richard Jenkins, miglior attrice non protagonista per Octavia Spencer, miglior colonna sonora, miglior sceneggiatura originale, miglior fotografia, miglior montaggio, migliori costumi, miglior sonoro, migliori scenografie.

Per il mio personale gusto, non vincerà neppure la metà dei premi per cui è candidato. Ma come sempre – siamo agli sgoccioli – e chi vivrà vedrà!

 

 

 

Chiara Mainini Administrator

Ciao, mi chiamo Chiara Mainini, mi sono laureata a pieni voti in Giurisprudenza a 23 anni e ho esercitato per dodici la professione di Avvocato penalista. Oggi ho cambiato rotta, dopo un master in web marketing e scrittura per la rete lavoro come web editor freelance: creo contenuti per il mio blog ed altri siti che si occupano di maternità.

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