la banalità del male

Nel 1961 a Gerusalemme fu celebrato il processo al criminale nazista Adolf Eichmann, ideatore e principale esecutore della “soluzione finale” ebraica. Dovette rispondere di 15 capi d’imputazione, avendo commesso – in concorso con altri – crimini contro il popolo ebraico, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, passibili di essere puniti con la pena di morte secondo le leggi dell’epoca. Hanna Arendt, filosofa tedesca e allieva di Heidegger, fu chiamata ad assistere al processo come corrispondente del New Yorker. I suoi editoriali, che ivi furono pubblicati per la prima volta nel 1963, vennero in seguito ripubblicati come saggio con il titolo attuale.

Intraprendere la lettura di questo saggio è stato al contempo liberatorio e terrificante.

Liberatorio perchè mi sono sentita sollevata nel constatare che illustri pensatori di calibro certamente superiore al mio confermano ciò che io ritengo da sempre: il male non ha alcun carattere di eccezionalità, ma è tanto più terribile e spaventoso quanto più “normale” è la fonte da cui esso promana.

Terrificante perchè, nonostante avessi già studiato approfonditamente questo argomento per il mio diploma (lo avevo trattato nella mia tesina interdisciplinare), ho scoperto in questo libro dei particolari di cui ancora non ero a conoscenza, che a quasi 40 anni mi hanno colpito in un modo molto più lacerante di quanto non fosse accaduto a 18.

Quando ho intrapreso la lettura mi aspettavo un libro differente.

Credevo che il tema dell’Olocausto fosse trattato in maniera più filosofica, soprattutto perchè sapevo che si trattava dell’occasione usata per disaminare il tema principale del saggio: le origini e le caratteristiche del male. Al contrario, mi sono trovata di fronte una ricostruzione storica molto interessante e dettagliata, che la Arendt ha saputo corredare di una serie di riflessioni, collegamenti e spunti molto stimolanti e che normalmente non si rivengono nei libri di storia.

Il discorso da lei affrontato è estremamente semplice e, nonostante sia datato, anche molto attuale: il male esiste e alberga indisturbato nelle persone più normali e banali che possiamo immaginare.

Il male stesso non è una promanazione diabolica, una caratteristica squalificativa della personalità, bensì una qualità oggettiva che si manifesta nella totale assenza di riflessione e pensiero. Ossia: per fare il male non è necessario essere persone particolarmente crudeli o demoniache. È sufficiente essere persone grette, banali, prive di cultura, di una particolare intelligenza o dell’attitudine alla riflessione autonoma sugli eventi.

Nell’opinione della Arendt, ciò che veramente permise al meccanismo diabolico nazista di funzionare e mietere un simile numero di vittime, fu la totale, assoluta sospensione del pensiero. Anche se a Norimberga fu più volte invocato il concetto di Autorità militare e soggezione dei soldati agli ordini che da essa promanano, a Gerusalemme nel processo Eichmann divenne evidente che in realtà nessuno dei soldati e di coloro che hanno cooperato attivamente allo sterminio nazista (ebrei inclusi) ha mai elaborato una riflessione davvero profonda sull’opportunità degli ordini che venivano impartiti. In realtà, i soldati non esercitavano alcuna forma di pensiero, non dico critico, ma neppure attivo sugli ordini che ricevevano.

Non era necessario dirsi che in ogni caso non avrebbero potuto sottrarsi se non a pena della loro stessa vita,  perchè nessuno di loro ha mai riflettuto sul contenuto di ciò che gli veniva prescritto di fare, sulle conseguenze, sulla reale portata degli effetti che si stavano realizzando.

A giudizio dell’autrice, lo sterminio nazista si pone come il caso più eclatante e grave di sospensione totale del giudizio al quale la razza umana sia mai andata incontro.

Il primo incontro con Eichmann aveva infatti evidenziato che egli non era il mostro che tutti avevano dipinto nel proprio immaginario. Egli appariva in tutta la sua piccolezza e limitatissima intelligenza, semplicemente come un burocrate, un passacarte, un individuo abituato a connettere tra loro una serie di atti allo scopo di raggiungere un obiettivo. Non c’era malvagità nelle sue parole, non c’era odio antisemita nel senso di una reazione di disgusto all’esistenza di una “razza” determinata. Ed infatti, egli si professò sempre innocente “nel senso dell’atto di accusa”, che implicava che un qualche forma di repulsione nei confronti del popolo ebraico in effetti vi fosse.

Eichmann era semplicemente un ingranaggio del gigantesto meccanismo.

Un ingranaggio molto ben oleato, perchè egli comunque teneva a svolgere il suo lavoro in maniera perfetta, pulita ed impeccabile, e si adirava molto quando qualche intoppo rischiava di compromettere la buona riuscita di un’operazione. Ma ogni volta che gli fu domandato, egli dichiarò chiaramente che non odiava gli ebrei, che non aveva alcun motivo per nutrire risentimento nei loro confronti, ma che del resto non sarebbe stato concepibile rendersi inadempiente agli ordini del Fuhrer, giacchè la sua parola aveva valore di legge. E lui era un uomo di legge.

Questa naturalezza, questa tendenza a ribaltare il piano del giuridicamente dovuto e del moralmente accettabile, è ciò che fa dedurre alla Arendt che il male – per estrinsecarsi – non necessiti di particolari inclinazioni alla cattiveria, al sadismo o alla crudeltà, ma semplicemente della capacità di sottrarsi all’esercizio del pensiero critico semplicemente perchè così ci è richiesto.

Quando un’Autorità che giudichiamo degna di rispetto e devozione interviene a sollevarci dal dovere di riflettere sulle conseguenze delle nostre azioni, dicendoci cosa dobbiamo pensare, come dobbiamo pensarlo e come dobbiamo eseguirlo, il male si palesa in tutta la sua sconcertante banalità.

A proposito delle sue azioni Eichmann dichiarò più volte:

Nessuno venne a rimproverarmi per il modo in cui eseguivo il mio dovere; neppure il pastore Gruber sostiene di averlo fatto. Venne a chiedermi di alleviare le loro sofferenze, ma non trovò nulla da ridire sul modo in cui adempivo ai miei doveri.

Quando Eichmann fu incaricato di risolvere la questione ebraica, inizialmente, egli pensò che fosse possibile risolverla organizzando il trasferimento di tutti gli ebrei nel Madagascar. In realtà la questione del trasferimento era parsa immediatamente impraticabile a tutti coloro che avessero  un briciolo di intelligenza più di lui, ma se ne era continuato a parlare al solo fine di facilitare la consapevolezza su cosa sarebbe realmente dovuto accadere. Quando l’inadeguatezza del piano si fosse manifestata in tutta la sua evidenza, sarebbe stato molto più semplice accettare e far accettare a tutti quello che (probabilmente) sin dall’inizio era stato il progetto definitivo a riguardo.

E infatti, Eichmann dichiarò sempre che nessun paese, alla fine, si era dimostrato disposto ad accogliere gli ebrei per dirimere il problema, e solo questa era la ragione che determinò quella enorme tragedia. Il Reich, tutto, doveva essere ripulito. La legge era chiara. Se non si riusciva a trasferirli era ovvio che dovessero essere eliminati.

Adolf Eichmann fu condannato per tutti i 15 capi d’accusa. 

La condanna fu confermata in appello ed eseguita in brevissimo tempo a mezzo impiccagione.  Fu cremato,  il che è macabramente ironico sotto un certo punto di vista.  Ma anche nel momento più estremo della sua insulsa esistenza,  egli non seppe fare nulla di meglio che declamare una frase ad effetto per dare solennità e riguardo alla propria morte, confermando senza ombra di dubbio la propria irrecuperabile mediocrità.

Nel giorno della memoria io vi consiglio caldamente la lettura di questo saggio,  testo per definizione rivolto a sollecitare ed alimentare il pensiero critico.

In memoria di tutte le vittime di questa immane tragedia. 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.