Treno in corsa

Uno dei propositi letterari del 2017 era superare il mio timore per gli scrittori russi.

In seconda liceo mi convinsi a leggere L’idiota di Dostoevskij. Non fu una bella esperienza, ero troppo giovane e lo trovai noioso ed estenuante. Lì nacque il trauma che quest’anno ho deciso di superare e nell’approcciarmi a ciò ho scelto il romanzo che tutti mi consigliavano: Anna Karenina.

Anna Karenina è il romanzo che non ti aspetti.

 

Intanto devo dire che dal basso della mia ignoranza in materia mi aspettavo lunghissime ed insopportabili descrizioni paesaggistiche, che invece non ho trovato. Vedi a volte i pregiudizi quanto sono sciocchi?

L’imprinting col romanzo è stato decisamente positivo. Quando ti trovi di fronte ad una prima riga così

<< Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo >>

non puoi non ridere. E se io inizio un libro di oltre 800 pagine ridendo potete scommettere che la lettura mi piacerà.

La Trama del romanzo è abbastanza nota, non credo di fare spoiler trattandosi di un grande classico della letteratura.

Anna Karenina, brillante e avvenente signora dell’alta società russa, sposata ad un alto funzionario della Corte dello Zar, si reca dalla cognata per convincerla a non divorziare da suo fratello, reo di tradimento.

Nell’occasione, conoscerà l’affascinante Conte Vronskij, col quale in breve tempo allaccerà una relazione extraconiugale che si protrarrà fino all’abbandono di figlio e marito per vivere nella disonestà con l’amante.

E’ un romanzo che ha saputo sorprendermi profondamente.

Ero partita con la convinzione che il nucleo narrativo ruotasse tutto intorno alla storia d’amore tra Anna ed il Conte, che si trattasse sostanzialmente di un’altra storia d’amore osteggiata non per differenza di classe ma di stato civile (l’ho già detto che ero ignorante?).

In realtà l’intenzione di Tolstoj è ben altra.

La storia di Anna e Vronskij sviluppa la fine morale Tolstoijana sull’infelicità, dimostrando che nulla di soddisfacente può essere costruito distruggendo l’altrui serenità.

Anna abbandona la famiglia perchè dopo aver conosciuto il Conte comprende di non amare suo marito. Lo fa consapevole della circostanza che detto abbandono le precluderà per sempre la possibilità di crescere il figlio nato dal matrimonio. Lo abbandona comunque, nonostante abbia solo quattro anni. Nonostante consideri suo marito, l’uomo che lo crescerà, un arido anaffettivo e avvizzito. E’ consapevole pure che nell’attimo stesso in cui la notizia del tradimento e dell’abbandono si diffonderà, ella verrà ripudiata dall’alta società tutta, che non potrà tollerare l’immorale situazione nella quale si è determinata a vivere. Non le importa nulla: lei vuole Vronskij, è il suo unico pensiero.

Presto Anna e Vronskij si accorgeranno che non si vive di sola passione. Che quando la vita di coppia non è sostenuta dal fermo intento di condividere la comunanza di progetti ed interessi difficilmente essa può riuscire felice. Presto arriva una bambina ad allietare la coppia ma, altrettanto presto, Anna realizza di essere troppo impegnata a rimpiangere il figlio primogenito per amare la seconda. In breve tempo la sua vita le appare in tutta la sua meschina pochezza, nulla più la soddisfa. Quando le lenzuola del letto del Conte iniziano a raffreddarsi della passione dei primi periodi le appare in tutta la sua evidenza quanto inutile e priva di scopi sia la vita che conduce ora.

Ora che ha capito di amare il marito, vi chiedete?

Che desidera ritornare a casa da suo figlio?

O che è disposta a sacrificare la passione per il Conte in nome del più alto ideale della maternità?

Nessuna di queste. Tra tutte le conseguenze ben ponderate del suo gesto, l’unica che Anna davvero mal sopporta è di non potersi più gloriare della mondanità.

Rifiutato inizialmente il divorzio per questioni pratiche legate all’affido del figlio, improvvisamente, tutto ciò che le interessa è che il marito glielo riconosca, per poter sposare il Conte, legittimare la propria situazione e tornare a vivere l’alta società come una volta. Se è possibile riavere anche il figlio, oltre al divorzio, gran bene. Se no fa anche lo stesso.

Anna è un personaggio orribile. Non sono riuscita a provare alcuna forma di empatia nei suoi confronti, mai.

E’ una persona che rimprovera a tutti di essere anaffettivi e non in grado di amare quando l’unica persona a non esserne proprio in grado è lei stessa. Abbandona materialmente il figlio più grande ed emotivamente anche la seconda, che dichiara più volte apertamente di non amare. Anche il povero Vronskij, ad un tratto, le appare del tutto privo del fascino che gli aveva attribuito inizialmente, precipitandolo giù dal piedistallo sul quale lo aveva innalzato.

Anna è un personaggio immaturo e privo di qualsiasi pregio, che nell’arco del romanzo e degli anni che in esso si dipanano non compie alcuna forma di crescita nè di maturazione. E’ una bambina capricciosa che non sa attribuire alcun valore alle cose realmente importanti della vita. Fa i capricci, cerca continuamente il modo di punire violentemente chi si macchia dell’imperdonabile colpa di non assecondare i suoi umori. Ed è perfida nei sotterfugi che architetta. Nella scelta su come agire i propri propositi Anna sceglie continuamente e consapevolmente di ferire il suo prossimo.

E’ semplicemente una donna che non ha capito cosa vuole dalla vita. Non ha trovato se stessa, non ha saputo amare le cose belle che ha ricevuto semplicemente perchè non si è accorta della loro bellezza. Era troppo presa dal guardarsi allo specchio.

Tolstoij è durissimo nella tacita condanna del suo agire. Anna muore in preda alla gelosia, alla disperazione per aver capito solo alla fine di non essere stata capace di realizzare alcunchè. Muore nel dubbio e nell’ombra, quasi nell’anonimato. Quantomeno quello dei sentimenti, che aveva tentato di rifuggire per tutta la vita inseguendo il brillìò attraente delle cose fatue.

Vronskij, seppur meno gretto e meschino, non è migliore di lei. Di tutto il male fatto con il proprio operato, egli lamenta unicamente di non poter dare il nome alla sua progenie, che resterà figlia legittima del marito di Anna e da costui verrà cresciuta. Anche lui non compie nessuna evoluzione, nessuna crescita morale. Egli non impara, non capisce davvero il motivo per cui la felicità insieme ad Anna è irraggiungibile. Non gli è possibile perchè è proprio la morale stessa dell’autore ad essergli preclusa.

La colpa, nell’opinione di Tolstoij, è assolutamente ostativa al bene. Nessuna felicità può essere costruita sulle macerie degli altri. 

Vronskij non vede la colpa. Non comprende l’errore perchè non lo concepisce. Per lui, come per Anna, l’amore non può mai essere una colpa, neppure se rovina le vite di quanti sono accanto ai due innamorati. Non si può essere che se stessi dunque non può esserci male.

E’ questo il motivo per cui Anna e Vronzkij non possono davvero essere felici insieme. Non comprendono l’errore nè la colpa e non sono in grado di espiarla. Il sentimento che provano non è abbastanza forte da renderli legati l’uno all’altra davvero. L’insofferenza per i sacrifici dell’essere insieme li separa alla prima occasione.

Ma la vita matrimoniale non è nello scintillìo. 

La vita felice è nella capacità di costruire il bene e riversarlo nella propria esistenza insieme.

Tolstoj ce lo mostra con Kitty e Lèvin. Raccontandoci come l’egoismo degli interessi individuali si attenui fino a scomparire nella vita che si consacra all’amore per la persona che si sceglie di avere accanto. Che il divertimento delle serate mondane viene meno senza mancare quando la coppia nutre un sentimento che si autoalimenta. Che la felicità è nel costruire insieme ma soprattutto nel costruire. Non nel distruggere o nel distruggersi:

<<  […] ma la mia vita, adesso, tutta la mia vita, indipendentemente da tutto quel che mi può accadere,ogni suo momento non solo non è senza senso, com’era prima, ma ha un indubitabile senso di bene, che ho il potere di immettere in essa! >>.

Siamo noi ad avere il potere di plasmare il nostro agire perchè crei felicità, è questo che resta incomprensibile ad Anna e Vronskij e che li condanna, entrambi, all’infelicità.

 

Voi lo avete letto o anche voi tentennate da tempo come facevo io? Fatemi sapere!

 

Chiara Mainini Administrator

Ciao, mi chiamo Chiara Mainini, mi sono laureata a pieni voti in Giurisprudenza a 23 anni e ho esercitato per dodici la professione di Avvocato penalista. Oggi ho cambiato rotta, dopo un master in web marketing e scrittura per la rete lavoro come web editor freelance: creo contenuti per il mio blog ed altri siti che si occupano di maternità.

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