Tra i ricordi di quando ero bambina, se scavo, riesco a trovarne qualcuno che riguarda le visite che si facevano alle persone che avevano appena avuto un lutto.

E oltre al nero dei vestiti di tutti i presenti, ricordo principalmente solo una cosa: la compostezza.

Un silenzio riguardoso e denso di partecipazione emotiva, anche qualora la persona in lutto non fosse una conoscenza propriamente familiare.

Oggi che sono un’adulta, assisto frastornata alla triste scomparsa del cordoglio. E poco importa che si tratti di persone di famiglia o perfetti estranei. Anzi, più sono sconosciuti, più ci sentiamo in diritto di sparlare, giudicare, puntare il dito, criticare. Non siamo più capaci di anteporre il senso del dolore umano al resto. Non ci rendiamo più conto che non è necessario, e non ci è richiesto, avere un’opinione su tutto e neppure che in alcune situazioni averla è francamente fuori luogo.

Abbiamo perso la capacità di essere umani. I social networks ci hanno imbecerito al punto che non abbiamo più un filtro di misericordia nei confronti di nessuno.

E, certo, ci sentiamo tutti dei super eroi solo perchè facciamo i salti mortali per arrivare alla fine della giornata. L’autoreferenzialità ci ha fatti ammalare. Ci ha convinti che siccome poi la fine della giornata arriva, sia merito nostro. Siamo stati molto bravi a fare andare tutto come doveva. Siamo mamme perfette, padri impeccabili.

Così succede che quando una mamma dimentica la propria bambina in macchina e questa muore.. si scateni tutto il peggio di ciò che sappiamo dire e fare e fiocchino insulti meschini e miserevoli che rivelano tutto il peggio che è dentro di noi.

Questa mattina ho letto un articolo, scritto dalla stessa giornalista che aveva già pubblicato quello che fu condiviso dalla povera mamma mesi fa. Spiegava i motivi per i quali non dovremmo condannare una madre che precipita nel baratro di una tragedia del genere, seppure per colpa.

E più del sapere che c’è gente che ha avuto il coraggio di cercare quella mamma su Faceobok appositamente per insultarla, il che sarebbe già rivoltante, mi hanno disgustata i commenti dei lettori in calce all’articolo. Gente ignobile che si arroga il diritto di stabilire quando e in che misura una donna abbia il diritto di sentirsi stanca o gravata dalle responsabilità.

Se questo è il materiale umano, io mi chiedo quale sia davvero il futuro di mio figlio in questo mondo.

Non mi sono mai reputata una madre perfetta. Ho sempre avuto un carattere risoluto, sicchè non ho difficoltà a prendere decisioni, ma questo è solo un aspetto caratteriale. Non significa in alcun modo che dentro di me io non mi ripeta continuamente “che Dio me la mandi buona”.

Sono stata una mamma lavoratrice full time che correva come un topo impazzito attraverso le città, per essere sempre al posto giusto nel momento in cui avrei dovuto, e lo facevo con la responsabilità di portare e ritirare mio figlio dal nido. E sono stata fortunata che non sia mai successo niente. Sono stata brava nel chiedere aiuto quando non ce la facevo ma soprattutto molto fortunata ad averlo trovato in chi mi era vicino.

Ma ho dimenticato. Ho dimenticato appuntamenti, anche di lavoro. Ho dimenticato persone che mi hanno aspettata ore per poi andare via. Ho dimenticato di mangiare, molte volte. Che non significa “non avevo tempo per farlo e ho saltato”. Significa che ero talmente stanca che ho dimenticato di dovermi preparare il pranzo e mangiare.

E ho dimenticato anche mio figlio.  Sono entrata in un negozio,  un giorno,  dopo mesi trascorsi ad occuparmi solo di lui.  Avevo bisogno di comprare un paio di pantaloni che mi stessero ed ero sola.  Ho parcheggiato l’ovetto accanto all ‘ingresso del camerino,  dove potevo vederlo e ho iniziato a provarli.  Ma erano stretti,  ancora.  Sono andata a prendere la taglia giusta e lungo la strada mi sono fermata a guardare delle camicette.  Erano belle e colorate e mi hanno ricordato che era finalmente primavera.  Ne ho scelta qualcuna con calma.  Molta.  Ed è stato solo incrociando il banco dei piccoli che improvvisamente ho ricordato.  Ho ricordato che lui era lì al camerino.

E sono quasi morta,  in quell ‘attimo.

Quello che è successo ad Arezzo può succedere a tutti e se continuiamo a ripetere che alle brave madri non accade non rendiamo un buon servizio alla collettività. Serve soltanto ad alimentare il mito di queste supermamme mitologiche che non fanno un errore mai, che non stanno mai male, che non hanno mai un momento di difficoltà. Che reputano se stesse delle campionesse di maternità, perchè fanno tutto da sole, perchè riescono a quadrare tutti i cerchi, perchè anche se avrebbero bisogno di una mano di aiuto sono capaci di rendere possibile l’impossibile e farcela come Petit che cammina nel cielo di New York.

E quelle normali ci credono, finiscono col pensare davvero di poter fare tutto da sole. Finchè non ci scappa il dramma.

Io non credo affatto che Ilaria Naldini sia un mostro. Sono una madre come lei. Solo che sono stata più fortunata.

Forse dovremmo un po’ tutti recuperare il suono di quel silenzio di tanti anni fa.

 

 

Chiara Mainini Administrator

Ciao, mi chiamo Chiara Mainini, mi sono laureata a pieni voti in Giurisprudenza a 23 anni e ho esercitato per dodici la professione di Avvocato penalista. Oggi ho cambiato rotta, dopo un master in web marketing e scrittura per la rete lavoro come web editor freelance: creo contenuti per il mio blog ed altri siti che si occupano di maternità.

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