Il racconto che segue partecipa agli esercizi di scrittura degli Aedi Digitali: narratori moderni che provano ad abbellire il web tornando a raccontare storie (Qui se volete saperne di più).

Il tema scelto questa settimana è #ilPaeseditutti.

Aedi digitali
photocredits: per gentile concessione di Arianna Orazi, www.blogdeibonzi.it

Alfredo

Alfredo ha appena compiuto settant’anni e ogni mattina prende l’autobus 31. E’ diretto all’istituto dove vive Maria, che è sua moglie da cinquant’anni ma da tre è tornata bambina. Alfredo porta con sè un sacchetto verde: sempre lo stesso ogni giorno. Dentro ci sono le sue medicine per il cuore, per la pressione, per la trombosi alla gamba sinistra che ha avuto qualche mese fa: la vecchiaia è uno scaffale pieno di farmaci e una lunga lista di orari scritta a matita sul foglio di un block notes. Le porta con sé per prenderle insieme a Maria, per avere almeno l’impressione che ci siano ancora dei riti da poter celebrare insieme, anche se lei non lo riconosce più. Di lei è rimasto soltanto un involucro vuoto, Alzheimer l’ha derubata della sua intelligenza, della sua fierezza, dell’unica vera ricchezza che ha posseduto nella sua vita. Però è ancora bella, Maria. Ha occhi color ghiaccio segnati dal tempo, dalla povertà, dai sacrifici fatti per la famiglia e per i figli. Le sue mani hanno lavorato tanto, sono consumate, gonfie, segnate dalle cicatrici di un’esistenza trascorsa a riordinare e pulire le case degli altri. Ogni volta che la guarda, Alfredo pensa che la sposerebbe ancora mille volte: per la sua forza, per la sua capacità di affrontare con impegno e dedizione qualunque imprevisto, per l’amore che ancora oggi – dopo cinquant’anni – sente esplodere nel suo povero cuore malmesso. Chissà per quanto ancora potrà andare a trovarla. E’ solo, è stanco e la vita quotidiana inizia a farsi sempre più difficile anche per lui. E’ un pensiero che lo rattrista, l’idea che forse un giorno tutto questo non sarà più possibile. Vedersi, trascorrere insieme il tempo che resta, proprio come avevano promesso quel giorno in quella piccola Chiesetta con i fiori su tutto l’altare: che si sarebbero amati per sempre e non osi separare l’uomo ciò che Dio unisce.

Ma l’Uomo separa, ahimé. In questo Paese, il #Paeseditutti, dove restare insieme tutta la vita è sempre più difficile, è ancora più difficile che quei pochi che ce l’hanno fatta trovino un posto dove amarsi, per sempre, sul serio. E così a volte ad Alfredo qualche lacrima scende. Basta poi un niente per farsi coraggio, la mano sinistra veloce asciuga quel pianto che poi, grazie a Dio, il pensiero passa e si va avanti di normalità. Un domani, forse, qualcosa cambierà – spera. Ma per il momento domani è soltanto un altro giorno, per salire su un autobus e attraversare con un sacchetto verde la Città, quella sì, eterna.

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Amalia

La ragazza che siede dietro ad Alfredo è Amalia, 25 anni, centodieci e lode con dignità di stampa conseguito nel campo della farmacologia. Amalia ha vissuto tutta la sua vita sognando di essere, un giorno, una ricercatrice. E lo diventerà, grazie ad una borsa di studio assegnatale da una prestigiosa Università estera. Questa mattina Amalia si è alzata prestissimo per prendere il 31 e attraversare per l’ultima volta la sua Città: partirà domani per correre incontro ai suoi progetti di una vita piena di quelle opportunità che qui, dopo colloqui su colloqui, non è riuscita ad ottenere. Si sente defraudata del diritto di restare ed essere utile al proprio paese. Si sente offesa dalle parole di politicanti inutili che rubano il pane, i sogni, il futuro a tutte le nuove generazioni e poi le incolpano dei fallimenti e dei risultati che loro stessi non sono stati capaci di ottenere. Si sente triste, perchè ha dovuto scegliere tra l’amore per la propria famiglia ed il futuro che desidera per se stessa. E sarà una rabbia che pian piano si trasformerà in malinconia, lontananza, senso di vuoto e ancora rabbia sempre più forte: per essere stata costretta a scappare pur di ricevere quel minimo di dignità che spetterebbe, nel lavoro e nella vita, a qualsiasi essere umano.  Perchè questo Paese, il #Paeseditutti, dovrebbe essere una Repubblica democratica fondata sul lavoro e, invece, assomiglia sempre di più ad una nave che sprofonda nell’illegalità, nel malcostume e nell’ignoranza, dalla quale i valorosi, i competenti e i meritevoli non potranno ricevere mai nessuna chance per restare a cambiare le cose. Così Amalia guarda fuori dal finestrino del 31, ammira il sole che illumina Valle Aurelia e si augura che un giorno le cose possano essere diverse. Ma per adesso ha un aereo da prendere.

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Lucia

Lucia se ne sta in piedi vicina all’autista. Aspetta con pazienza che arrivi la sua fermata per andare al lavoro. Insegna italiano in una scuola primaria e da otto mesi è lontana dalla sua terra, dalla sua casa e dalla sua famiglia. Lei, siciliana di nascita e formazione, ha finalmente ricevuto la chiamata per l’insegnamento, a quarant’anni suonati e centinaia di chilometri da casa. E non ha avuto nemmeno il disturbo della scelta: suo marito è disoccupato, si arrangia come può con ogni impiego possibile e la loro bambina, Luisa, ha sei anni e un sacco di esigenze da soddisfare. Così lei, pendolare per necessità e per amore, vive perennemente con la valigia in mano. A scuola da lunedi a giovedì, poi prende un autobus, un aereo e un treno e finalmente trova il tempo di rivedere i suoi cari per tre giorni. Poi riparte, per un nuovo tour de force.  In questa foto è assorta, la sua attenzione è rapita dalla conversazione col marito Mauro: la piccola ha la febbre, ancora una volta, lei è lontana e non potrà tornare prima del fine settimana. Il suo cuore è spezzato: parte per il lavoro che adora e per il quale ha sgobbato per anni su montagne di libri, parte per l’uomo che ama, da poco umiliato con la perdita dell’occupazione di una vita e senza neppure il conforto della moglie vicino, parte per la sua bambina che ha dovuto accettare l’allontanamento della mamma come unica alternativa al suo stesso sradicamento dalla terra natìa e dalla famiglia. E l’ultima parte è per quel senso di frustrazione e disagio con cui rimprovera a se stessa che non può lamentarsi. Perchè le è stata offerta l’opportunità di trovare finalmente il lavoro per il quale pregava da anni ed uscire dal precariato nel quale si dibattono quasi quattro milioni di italiani. Ed è un pensiero alienante. E’ disumano sentirsi in colpa perchè si sente la mancanza della propria famiglia e si vorrebbe starle vicino. E’ un dolore muto, perchè non può parlare senza il rischio di autoalimentarsi, e sordo: nessuna parola offrirà mai consolazione. Lucia lo sa e ogni mattina si sveglia ringraziando Iddio per l’occasione ricevuta e chiedendo perdono per essere solo un essere umano che continua a sperare che prima o poi in questo Paese, il #Paeseditutti, qualcosa cambi. Allora ricontrolla rapida la sua conversazione WhatsApp, saluta il marito, bacia la piccola, indossa un sorriso e scende finalmente davanti alla scuola dovrà potrà occuparsi, per poco più di un migliaio di euro,  dei figli di altri.

***

Quando ho guardato questa foto di Arianna, mille storie si sono avvicendate nella mia mente. Tra queste, molte erano storie felici che si concludevano con il più classico degli happily ever after, tripudio di speranza per antonomasiaInvece, ho scelto di raccontare le storie di Alfredo, Amalia e Lucia. Storie di una speranza diversa, sofferente, malinconica, reale: pregna della disperazione in cui vive questo nostro malandato Paese: #Paeseditutti dove nessuno, per vari motivi, sente più di essere a casa propria.

E sapete perchè ho fatto questa scelta? Perchè se avessi narrato le vicende di persone felici o serene avrei perso l’occasione di farvi vedere davvero che la speranza esiste. La speranza di Alfredo, di Amalia e di Lucia, la speranza di Mauro, della piccola Luisa e di tutti gli uomini e le donne di questo Paese, è racchiusa tutta nella tenerezza della mollettina che ferma il ciuffetto biondo nell’angolo basso a sinistra: Speranza.

Sono i nostri figli la speranza vera che le cose evolvano. Loro sono il seme in potenza che può catalizzare ogni vero cambiamento per il meglio.

A noi spetta l’ arduo e bellissimo compito di lasciarli al mondo con gli strumenti giusti, quelli che permetteranno loro di prendere in mano le redini di #questoPaese e farne davvero il #Paeseditutti.

Chiara Mainini Administrator

Ciao, mi chiamo Chiara Mainini, mi sono laureata a pieni voti in Giurisprudenza a 23 anni e ho esercitato per dodici la professione di Avvocato penalista. Oggi ho cambiato rotta, dopo un master in web marketing e scrittura per la rete lavoro come web editor freelance: creo contenuti per il mio blog ed altri siti che si occupano di maternità.

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