Sono stata una bambina piena di malinconia. Ero vivace, facevo amicizia facilmente, mi piaceva giocare, ma mi preoccupavo sempre troppo che le persone potessero restarci male per qualcosa, forse ai limiti del patologico. Di notte mi riempivo il letto di bambole e peluche perchè avevo paura che se la persona che me li aveva regalati avesse saputo che non li sceglievo avrebbe potuto soffrirne. Se dovevo fare una domanda la facevo tanto a mia madre quanto a mio padre: avevo paura che uno dei due pensasse che non ero interessata alla sua opinione. E’ così, tra l’altro, che ho capito il motivo per cui mio figlio fa a me ed a suo padre le stesse domande: è come me.

Avevo uno spiccato interesse per tutto ciò che atteneva alla morte. Mia madre mi diceva spesso che ero macabra, ma in realtà la morte non mi ha mai impressionato, non ne ho mai avuto paura. I cimiteri mi sono sempre parsi luoghi di enorme tranquillità, quando studiavo Giurisprudenza andavo spesso a studiare al cimitero, tra una lezione e l’altra.

Ho sempre fatto pensieri volti al negativo di ogni situazione: mi sono sempre e comunque aspettata il peggio. Alcuni mi definirebbero pessimista, io credo di essere stata semplicemente un autunno emotivo, una persona incline ad uno stato di vaga tristezza perenne, che non viene spodestato neppure dagli eventi felici.

Crescendo non sono cambiata, io so essere principalmente piena di malinconia.

Poi, certo, sono capace di grandi slanci di gioia per le cose belle che mi accadono o, ancora di più, che accadono al mio prossimo. E so che non è da tutti.

Tuttavia nella mia bocca c’è sempre il sapore amaro di qualcosa che non è mai completamente positivo, nella mia testa aleggia sempre un pensiero decadente qualunque sia il tema. Se guardo un tramonto dai colori purpurei mi inebrio della bellezza di ciò che vedo, ma c’è da star sicuri che io stia pensando che si tratta pur sempre di un giorno che muore e non potremo rivivere.

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Quando mio figlio ha compiuto un mese, ricordo distintamente di aver pianto per un’intera serata perchè tutto quello che lo avevo visto imparare in quei 30 giorni ormai era assodato e non lo avrebbe appreso mai più. Non lo avrei mai più visto osservarsi sorpreso le manine. Non lo avrei mai più sentito pronunciare il suo primo versetto. Non mi avrebbe mai più fatto il suo primo sorriso.  Mio marito liquidò quell’episodio come una defaillance ormonale non ancora risolta, ma chi glielo spiega che, in realtà, il problema è che ha sposato una donna cronicamente triste?

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E’ una cosa di cui mi sono preoccupata per tutta la vita. Nel tentativo di sentirmi “normale” come tutti gli altri mi parevano essere, mi sono convinta che in questo mio mood ci fosse qualcosa di sbagliato. Mi sono convinta che fossi io a non essere adeguata, a non saper star dietro a un mondo dove sembra un dovere scoppiare di gioia a comando. Mi sono sentita non all’altezza, ogni volta che mi rendevo conto di non essere felice di quello che rendeva felici tutti gli esseri viventi e pensanti nel raggio di un milione di chilometri da dove io mi trovavo.

E’ stato un peso enorme, mi ha portato a mettere in discussione l’importanza di moltissime cose perchè mi sono detta “se non mi rende felice allora significa che questa cosa non è veramente giusta per me“.

Poi, invece, ho capito che anche questa idea della felicità globale, social, condivisa, assoluta, è solo un’illusione.

Le persone non sono tutte uguali, non hanno gli stessi bisogni o le stesse necessità. Non ripongono la propria soddisfazione nelle stesse cose.

Ci sono mamme che hanno provato un amore sconfinato per il proprio figlio dal giorno che il test si è colorato di blu. Io no. C’ è voluto tempo per creare un legame emotivo reale, fino al sesto mese non ho percepito alcun movimento e mio figlio per me era solo un’entità astratta in nome della quale dovevo riposare, che mi faceva stare male da morire e che forse – un giorno, se fossi stata brava – sarebbe venuto alla luce. Alle persone che mi facevano gli auguri pre termine, ricordo di aver risposto sempre la stessa frase “Rimandiamo gli auguri a quando avremo la certezza che sarà venuto al mondo“. Forse avranno pensato che fossi una stronza, la verità è che ero semplicemente me stessa.

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Ho imparato che io sono veramente molto diversa dalle persone che ho sempre osservato e giudicato “normali”.

La mia singolarità consiste nel fatto che non sono capace di godere appieno di quanto di bello possa capitare perchè la mia indole sarà sempre quella di chi guarda al rovescio negativo della medaglia. Per me la domenica, con il pranzo di famiglia e le chiacchiere in cucina mentre si lavano i piatti, sarà sempre un giorno a metà che termina alle 17: perchè, poi, “domani è lunedi“e la magia di quello che per tutti è il giorno più bello della settimana sparisce come d’incanto.

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In questa mia frustrazione emotiva risiede tutto ciò che di grande sono capace di fare. La mia attitudine alla resilienza, la forza con cui affronto e abbatto ogni momento difficile dell’esistenza, viene proprio dalla mia capacità di non apprezzare davvero mai la perfezione, nè in me stessa tantomeno nella vita o nelle persone che ho accanto.

Per quanto ami le giornate di sole, quando il tempo è caldo, il cielo è blu e l’estate imperversa tra vento e onde, la mia preferenza sarà sempre per un cielo freddo e nero che minaccia pioggia. Delle giornate pulite, che filano via lisce senza intoppi, non sono mai riuscita a fidarmi davvero. I cieli perfetti mi hanno sempre fatto paura. Sono a mio modo più felice quando i temporali si avvincendano intervallati da brevi sprazzi di cielo blu senza nuvole.

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Io, nel mio stato perenne di #nuvolositàvariabile, sono a mio agio. So come affrontare problemi e avversità, come gestire le crisi, come difendere le persone che amo. Perchè sono convinta che Totò avesse ragione:

<<[…] ciascuno ha da portare una croce, e la felicità – creda a me – non esiste. Forse vi sono momentini minuscolini di felicità, e sono quelli durante i quali si dimenticano le cose brutte. La felicità, signorina mia, è fatta di attimi di dimenticanza >>.

 

Chiara Mainini Administrator

Ciao, mi chiamo Chiara Mainini, mi sono laureata a pieni voti in Giurisprudenza a 23 anni e ho esercitato per dodici la professione di Avvocato penalista. Oggi ho cambiato rotta, dopo un master in web marketing e scrittura per la rete lavoro come web editor freelance: creo contenuti per il mio blog ed altri siti che si occupano di maternità.

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