Ciao, sono io, sono uscita adesso. Ho parlato con l’oncologo: ha detto che non c’è niente da fare, non c’è speranza. Mi ha consigliato di non farle capire nulla. A papà, invece, dobbiamo dirlo…a quello pensaci tu.”

Ci sono conversazioni che mi sembra quasi irrispettoso ascoltare.

Sono seduta in treno. Compressa in quell’intricato impasto di persone e vite che viaggiano come proiettili verso casa propria, i propri amori, i propri problemi.

Di tanto in tanto, qualche telefono squilla.

Sposto lo sguardo verso un punto indefinito di ciò che ho davanti. A volte è un finestrino, a volte è un professionista immerso nel suo articolo finanziario. Altre volte è il disegno pied de poule di un cappotto.

Gioco a nascondino col pudore, cerco tane per nascondermi. Luoghi o cose che mi aiutino a fingere di non essere in quel momento della vita di qualcuno che sta andando in pezzi.

Non ci riesco mai e non ci sono riuscita nemmeno questa volta.

In questa telefonata breve e dolorosa, mi ha colpito moltissimo l’irrisolvibile paradosso nelle parole dell’oncologo.

C’è un contrasto inspiegabile tra la durezza di un “non c’è niente da fare” e la compassione del suo consiglio.

Nel corso della mia vita mi sono sempre imbattuta in dottori dal dubbio senso del tatto. Non maleducati o irriguardosi, semplicemente crudi e con una particolare propensione ad essere burberi. Ho sempre pensato che dipendesse da una forma di sottile resistenza al dolore che ogni giorno sono chiamati ad affrontare e che i loro modi trasudassero, in fin dei conti, una qualche forma di dispiacere per tutto quello che non è in loro potere risolvere.

Una sorta di senso di impotenza, ma più incazzato.

Quando l’irreparabile si manifesta, inspiegabilmente si compie la trasformazione: diventano commiserevoli suggerendo il silenzio e la bugia pietosa.

E’ una metamorfosi di inspiegabile bellezza ed impareggiabile codardìa.

La morte rappresenta per questo millennio ciò che il sesso è stato per il ‘900: un tabù di cui non riusciamo a parlare.

Non sappiamo parlarne ai bambini. Ci arrampichiamo su storie di angeli piumati e lunghi viaggi senza ritorno, come se per un bambino fosse più facile accettare che qualcuno lo abbia lasciato senza neppure la considerazione di un ultimo momento di saluto e di affetto.

E non siamo capaci di farlo nemmeno con gli adulti. Ci sentiamo impreparati, inadeguati, inadatti a parlare con coloro che amiamo e dire la più tremenda verità. Che non c’è più tempo, che dovranno trovare il modo di sistemare le loro cose, salutare gli affetti e pacificare l’anima per andare via sereni.

Ci raccontiamo la bugia consolatoria che così faremo il loro bene, ma in realtà è a noi che stiamo pensando.

Stiamo pensando che non abbiamo il coraggio e nemmeno la forza di affrontare la paura della morte e la vita senza di loro. Taciamo la verità a noi stessi, schiacciandola in quell’angolo in cui non sarà necessario guardarla negli occhi. Perchè sono gli occhi che presto avranno il colore e la profondità che tanto abbiamo amato fin da bambini.

Dovesse succedere a me, però, spererei che i miei cari quel coraggio lo avessero.

Io vorrei il tempo dell’ultima volta.

Come si fa con i bambini, che non hanno la percezione del tempo e hanno bisogno che venga detto loro quando sarà l’ultima volta che faranno qualcosa, io voglio avere il tempo di parlare per l’ultima volta. Di giocare, per l’ultima volta. Voglio avere il tempo di scegliere che ricordi porterò con me.

Voglio il tempo che mi rimane per sorridere, per chiamare le persone che amo e salutarle e dire loro che non ha importanza se non potranno più vedermi. E forse questo le aiuterà ad essere coraggiose e a non avere paura.

Sapere Aude è un motto bellissimo: significa abbiate il coraggio di sapere, di conoscere.

Perchè per conoscere la verità ci vuole coraggio: quello di dirla ad alta voce e riuscire ad  affrontarla.

Chiara Mainini Administrator

Ciao, mi chiamo Chiara Mainini, mi sono laureata a pieni voti in Giurisprudenza a 23 anni e ho esercitato per dodici la professione di Avvocato penalista. Oggi ho cambiato rotta, dopo un master in web marketing e scrittura per la rete lavoro come web editor freelance: creo contenuti per il mio blog ed altri siti che si occupano di maternità.

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