Quando la lettura di un libro mi lascia combattuta, in genere, attendo qualche giorno. Lascio a me stessa il tempo di digerire la conclusione, di farmi le domande giuste e trovare ogni risposta, in modo da avere una base solida su cui costruire un’opinione. Come in molte altre cose della vita, anche in questo sono estremamente razionale, non mi abbandono al sentimento o al palpito del cuore.

Nonostante questo, la lettura di Nessuno sa di noi mi ha lasciato tremendamente incerta.
La quarta di copertina promette una storia lacerante, di quelle che ti commuovono nel profondo e non ti lasciano dormire tranquilla quando chiudi il libro. Luce e Pietro, infatti, sono una coppia innamorata che ci viene presentata nel momento di maggior felicità, in uno studio medico nel giorno in cui entrambi vedranno il loro primo figlio, Lorenzo, in un’ecografia di controllo. Lo hanno cercato tanto questo figlio, hanno trascorso molti anni della loro vita di coppia barcamenandosi nei meandri dei test ovulatori, dei calendari di fertilità, degli stick che non si colorano mai, fino a quando – un giorno – finalmente Lorenzo è comparso in quella lineetta blu che cambia tutti i colori del tuo mondo.
Tuttavia, le cose non vanno come dovrebbero: Lorenzo non sta bene, non cresce abbastanza, e questo getterà Luce e Pietro in uno stato di dolore e frustrazione dal quale sarà difficile uscire, soprattutto per via della dolorosissima decisione che saranno chiamati a valutare.
Simona Sparaco per questo libro ha ricevuto una prestigiosa nomination come finalista al premio Strega 2013 e si comprende bene perché: la sua prosa è elegante e stringata al tempo stesso, non si perde in preamboli inutili ed arriva subito al sodo; ma lo fa con una grazia incredibile e si resta ammaliati dalla sua capacità di introdurci delicatamente nelle vite dei protagonisti. In più punti ho avuto la sensazione tangibile di camminare nei corridoi di casa loro e ritrovarmi immobile davanti alla cameretta di Lorenzo: ferma davanti ad una porta che non si riesce ad aprire. Da questo punto di vista il romanzo è scritto con una maestria davvero ammirevole.
E’ pur vero che ho pianto per la seconda volta nella vita con un libro e non è semplice per me commuovermi leggendo: affatto. Il dolore di Luce mi ha preso allo stomaco, l’ho riconosciuto con facilità e ho fatto fatica a farlo tacere perché anche io sono mamma e il pensiero di vivere un dilemma così mi ha soffocato di angoscia.
Però dopo averlo terminato mi è rimasta addosso una sorte di insoddisfazione, dovuta al fatto che ci sono alcuni punti di questa storia che non vengono davvero risolti insieme al lettore.
 
Ho apprezzato che il rapporto con Pietro riesca ad essere miracolosamente recuperato, anche se su questo punto ho trovato il racconto poco credibile. La frattura tra i protagonisti è incredibilmente profonda e non trovo realistico che possa essere sanata da un pianto e quattro foto, pur tenendo conto che troppo spesso, nella vita, le persone e i rapporti importanti li perdiamo e li salviamo proprio con un niente.
Tuttavia, per buona parte del romanzo, ho avuto la sensazione che Luce sia rimasta vittima, lei stessa, del pregiudizio che disprezzava negli altri. L’ho vista rivendicare il diritto di decidere secondo il suo giudizio cosa fosse meglio per suo figlio e nutrire un vero disprezzo per chiunque avanzasse un pensiero diverso, tacciato di non capire mai davvero cosa stesse passando lei e al tempo stesso disapprovare e giudicare chi sceglieva di agire diversamente, sull’impulso del cuore che non a tutti trasmette lo stesso messaggio.
La vita è una scelta che fai ma che deve esserti concessa, siamo d’accordo. Ma non è detto che tutti considerino le opzioni possibili partendo dai medesimi presupposti, non è detto che le persone valutino tutte avendo riguardo alle tue stesse convinzioni. E da questo punto di vista Luce agisce in modo molto snob: si aggrappa a ciò che lei ha reputato essere il meglio commettendo l’errore di elevarlo ad indice della verità universale. Il taglio dei suoi pensieri nel leggere il forum ha una sottile vena di compatimento, quasi di commiserazione, così come la sua lettera finale alle donne che era abituata a leggervi.
Sembra che chiunque scelga di accollarsi una responsabilità diversa venga indirettamente additato per aver scelto sulla pelle altrui e non sulla propria. Questo non mi è piaciuto e non mi è stata data neppure la possibilità di partecipare al percorso di risalita che porterà la protagonista ad uscire dal proprio torpore morale ed emotivo: perché lei passa dal non essere alla vita con un colpo di coda finale, che eviterà il disastro per un soffio. Ad un tratto, sembra rendersi conto che il suo dolore non è che una parte di quell’equazione penosa, che ci sono altre persone che come lei sono distrutte e questo la risveglia, semplicemente.
Avrei preferito seguirla di più, ascoltare questo suo ritrovar di ragione così come mi è stato chiesto di ascoltare il dolore profondo ed il pianto.
Però forse la bellezza del romanzo è anche in questo. Osserviamo Luce come si fa con la più cara delle amiche: la ascoltiamo, la consoliamo, piangiamo con lei e la guardiamo sbagliare senza avere davvero mai il potere di impedirglielo. E alla fine, siamo felici che tutto vada a posto, che tutto si sistemi.. che l’amore, per questa volta, sia veramente la chiave capace di salvare due persone annientate.
 
Il resto è solo razionalità e nella vita, generalmente, tendiamo a metterla da parte non appena ci sia possibile.
Consigliato.

 

Chiara Mainini Administrator

Ciao, mi chiamo Chiara Mainini, mi sono laureata a pieni voti in Giurisprudenza a 23 anni e ho esercitato per dodici la professione di Avvocato penalista. Oggi ho cambiato rotta, dopo un master in web marketing e scrittura per la rete lavoro come web editor freelance: creo contenuti per il mio blog ed altri siti che si occupano di maternità.

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