Il profumo delle foglie di limone, di Clara Sanchez

titolo originale: lo que esconde tu nombre

Spagna 2010

Romanzo, Thriller psicologico lievemente storiografico

 

Sandra è una trentenne irrisolta. Un taglio di capelli un po’ di sbieco, come la sua personalità spigolosa, un piercing, nessun lavoro ed un figlio in arrivo da un uomo che non ama.

Lontana dalla comprensione e dell’aiuto familiare, Sandra si rifugia in Costa Blanca, dove incontrerà una coppia di anziani così compassionevoli e pronti ad aiutarla da sembrare dei nonni gentili.
Ma quanto può essere lontana dalla realtà una sensazione? Cosa nasconde il passato di Karin e Fred?
Possibile che le loro tremanti mani siano davvero macchiate del sangue di milioni di innocenti?
Il libro di esordio di Clara Sanchèz ha venduto molto in Spagna, si è imposto ai vertici delle classifiche per quasi un anno e, alla fine, ha persino vinto il prestigioso premio Nadal. La critica è stata entusiasta, le recensioni ottime. Tutto, intorno ad esso, lascia pensare che sia davvero un capolavoro.
Era da tempo che meditavo di leggerlo, il tono vagamente lirico del titolo mi intrigava tantissimo e quando ho letto la trama mi sono convinta definitivamente ad acquistarlo.
Lo stile narrativo è coinvolgente. Benchè io stia scrivendo questa recensione solo oggi, vi dico che il libro l’ho letto in 4 giorni. Scorre veloce, è leggero, interessante e ti tiene incollato alle pagine.
I filoni narrativi, principalmente, sono tre.
Da un lato trovate la storia di questa trentenne un pò scombinata, che se non si chiamasse Sandra potrebbe tranquillamente portare il nome di chiunque di noi…che almeno una volta nella vita abbiamo vissuto un momento di smarrimento senza sapere esattamente dove andare. I suoi interrogativi sono i nostri, le sue riflessioni anche. Si intravede, in questo senso, una leggera velatura biografica, o quantomeno introspettiva, da parte dell’autrice: è chiaro che i pensieri di Sandra hanno riposato almeno un pò anche nel cuore di Clara, non possono ridursi a mere divagazioni del personaggio.
Poi c’è Julian, il “cacciatore” (per evitare spoiler eviterò di dirvi cosa caccia), ed il secondo filone narrativo è incentrato su di lui, sulla sua storia, sulla sua vita e, in un certo senso, sulla sua rinascita. Lo potremmo definire un filone “post-apocalittico”, spesso e volentieri la sua personalità mi ha indotto riflessioni amare e le sue considerazioni mi hanno fatto tenerezza: potrebbe essere uno dei nostri nonni…di sicuro potrebbe essere il nonno di mio marito, chissà che magari non si siano davvero incontrati laggiù.
Il terzo filone è quello che racconta di questa coppia di vecchietti, delle loro vite incredibili, del mondo che hanno saputo ricostruire insieme ai loro “amici” una volta rifugiatisi in Spagna.
I tre filoni si intrecciano sapientemente tra loro, mai con noia o scontatezza, il libro sotto questo profilo è davvero interessante.

Però…c’è un però (lo sapevate che non poteva durare troppo la lode…oramai mi conoscete).

Innanzitutto alcuni avvenimenti sono davvero inconcepibili e oserei dire incredibili: quale persona con un minimo di senno, per quanto confusa dalla vita, se ne andrebbe a vivere a casa di due vecchi estranei con un bambino in grembo e zero notizie su chi siano le persone che la ospitano…dopo 2 giorni che li conosce? Non ci crederei neanche se lo vedessi.
Ciò mi ha dato come l’impressione che l’autrice avesse talmente fretta di entrare nel vivo della questione da non aver studiato con adeguata calma come introdurla in modo credibile. Io non andrei mai a vivere con due estranei il giorno dopo averli conosciuti, soprattutto se fossi incinta e neanche se mi avessero salvato la vita dall’annegamento, figuriamoci per un misero soccorso da svenimento.
In tutta onestà, mi aspettavo una cosa differente, sia dal punto di vista della fama storiografica che il romanzo si era costruito (“C’è tutto, in questo romanzo, che davvero scuote le coscienze, tutte le voci necessarie affinchè ciò che è accaduto non cada nell’oblìo. E che il male non rimanga impunito. Athena Barbera” – Recensione Mondadori, NDR), sia sotto il profilo degli sviluppi narrativi, rimasti – come detto – per lo più incompiuti.
Sotto il primo profilo, non ritengo assolutamente che quanto raccontato abbia una vera valenza storiografica. E’ tutto molto romanzato e superficiale, l’unico riferimento puntuale e specifico è quello fatto ad Aribert Heim, il Dottor Morte o macellaio di Mathausen, ma tutto il resto è semplicemente un pallido ricordare, neanche troppo curato sotto il profilo della ricostruzione storica.
Diciamo che il tema, obiettivamente difficile da trattare, è stato toccato con grazia e delicatezza ma altrettanta leggerezza, e quindi arrivare ad affermare che scuota le coscienze mi sembra davvero un’ esagerazione. Sarà che io sull’Olocausto ci ho scritto mezza tesi del mio Diploma, sarà che il nonno di mio marito era recluso in un campo di concentramento e ne possiedo le lettere in casa…ma ho letto ben altro che mi ha scosso la coscienza.
Riguardo al secondo, divorando le pagine una dopo l’altra continuavo a chiedermi “ma quindi? cosa succede?”. Le aspettative che si creano sui possibili sviluppi durante la lettura sono moltissime, ci sono spunti che sono rimasti incolti (per esempio la storia della mezza truffa delle vitamine), mille cose interessanti potrebbero accadere…e non ne accade neanche una. Il tutto finisce un pò buttato lì, senza troppo senso.
Anche Juliàn, che parte in quarta che sembra voglia spaccare il mondo, alla fine conclude ben poco.
Volendo concludere e sintetizzare, il libro è bello, scorre con piacere, è interessante, ha una trama molto particolare e diversa dal solito romanzino e – soprattutto – è un romanzo celebrativo. Con tutti i limiti sopra spiegati, comunque gli riconosco un bel 8.
Tuttavia mi è mancato quel qualcosa in più che mi aspettavo e che mi avrebbe fatto palpitare il cuore.
Sono una lettrice incontentabile.

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