Titolo originale: The animallover’s book of beastly murder
di: Patricia Highsmith
1975
Tradotto da Bompiani per l’Italia nel 1984

Ho desiderato a lungo acquistare e leggere questo libro, ne avevo sentito parlare in una trasmissione radiofonica che lo aveva presentato come un “romanzo nel quale l’archetipo letterario del debole è incarnato in alcuni animali, che si ribellano alla violenza dei padroni uccidendoli”.
Mi era sembrata un’idea entusiasmante.
La realtà, tuttavia, ha disatteso le aspettative.
In primo luogo non si tratta di un romanzo (Picozzi: ma che dici?!?), bensì di una raccolta di tredici racconti che hanno come protagonisti, in larga parte, degli animali. Dico “in larga parte” perchè in realtà in alcuni racconti l’animale sta semplicemente sullo sfondo, mentre l’azione è tutta umana.
Avevo sperato che il nucleo narrativo di questo libro fosse un messaggio di redenzione che, pur violento, valesse a restituire ai deboli, ai disadattati, ai sofferenti di ogni società la dignità dell’essere umano che si sveglia, si difende e si riprende. Ma ho dovuto ricredermi.
Sebbene i primi due racconti mi siano piaciuti moltissimo, soprattutto il primo in considerazione dell’ulteriore tematica ambientalista che serpeggia tra le riflessioni, a partire dal terzo racconto inizia una discesa sistematica verso la più bassa e bieca violenza, inutile, fine a se stessa, meramente vendicativa.
In alcuni racconti (Il cavallo macchina) l’autrice riesce comunque a far salva un minimo di morale trasformando la reazione violenta dell’animale in una strategia finalizzata alla difesa dell’essere umano amato. L’animale è eretto a paladino della morale e della giustizia ed interviene, quasi come un demiurgo, a ristabilire l’ordine delle cose impedendo all’umano “cattivo” di portare a termine i suoi propositi criminali. Tuttavia, già da qui è evidente la totale perdita del faro etico che aveva guidato la narrazione nei primi racconti e la progressiva perdita di qualunque freno inibitore.
Il racconto sul topo è quanto di più agghiacciante io abbia mai letto: all’atteggiamento bullizzante e crudele dei bambini nei confronti dell’animale fa da contrappeso un’esplosione di violenza inaudita, ingiustificata ed inutile di quest’ultimo nei confronti di un neonato inerme, al quale viene addirittura mangiata una parte della faccia.
Grazie Highsmith, per questo gradevole quadretto familiare: una culla nel sangue, un bambino quasi esanime e una famiglia distrutta. Ma lo scopo qual è?
Gli altri racconti non sono migliori, purtroppo.
In “La resa dei conti”, l’elemento animale è del tutto accessorio. Serve semplicemente a creare l’occasione del delitto, tutto umano, schifoso e altamente deprecabile nelle sue modalità fattuali, e – certo – anche ad aggiungere il particolare macabro dei polli che sbecchettano il cadavere del poveraccio che ci è andato di mezzo. Oltretutto, stavolta, non è neppure il cattivo nel senso oggettivo del termine. Semmai un avaro, un ambizioso, un inutile accumulatore di denaro in spregio delle esigenze della famiglia. Cosa che sicuramente non è nobile ma neppure può considerarsi riscattata dall’omicidio.
In generale, la prosa è pesante, la narrazione lenta, le descrizioni (alcune, non tutte) noiose e divaganti. Ho fatto davvero fatica ad arrivare alla fine e, quando ci sono arrivata, mi son detta che avrei tranquillamente potuto fermarmi 100 pagine prima.
In conclusione questo libro è davvero orrendo, sicuramente il libro peggiore che ho letto quest’anno.
Voto: non classificabile.
Fate i bravi!
C.

Chiara Mainini Administrator

Ciao, mi chiamo Chiara Mainini, mi sono laureata a pieni voti in Giurisprudenza a 23 anni e ho esercitato per dodici la professione di Avvocato penalista. Oggi ho cambiato rotta, dopo un master in web marketing e scrittura per la rete lavoro come web editor freelance: creo contenuti per il mio blog ed altri siti che si occupano di maternità.

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